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Se il fanatismo e l’isteria collettiva che accompagnarono l’ascesa di Beatles e Rolling Stones, non avessero monopolizzato la scena mediatica a partire dal fenomeno della “british invasion”, probabilmente saremmo costretti a riscrivere buona parte della storia del rock. Con il senno di poi, se i Kinks ricorressero ad un ipotetico tribunale della storia, otterrebbero senza ombra di dubbio i riconoscimenti (economici e non) ingiustamente negati all’epoca.

Dopo il discreto successo di You Really Got Me, la band di Ray Davies, infatti, non riuscì più a ripetersi e, accantonati i riconoscimenti, i Kinks voltarono pagina scegliendo la strada tortuosa della creatività senza compromessi, a scapito del successo commerciale.

Già nel ’66, con il brano Village Green Davies introduce un nuovo punto focale nelle tematiche espresse dalla band, preannunciandone la linea futura. L’irriverenza della critica politica diretta si veste di nostalgia, guardando indietro ad un mondo immaginario, ancestrale. Due anni dopo, sul rapporto tra questo passato ideale e la realtà urbana contemporanea Ray Davies costruirà un intero album, seguito da una rock opera (Arthur) e una rappresentazione teatrale (Preservation, 1972-1974) che ne riprenderanno l’ambientazione e le tematiche.

Quella di The Kinks Are The Village Green Preservation Society è una storia a dir poco travagliata. Nato inizialmente come progetto per un doppio album, scartato senza indugi dalla Pye, il disco uscì in una prima versione con 12 brani, poi sostituita da quella definitiva, che ne contiene tre in più. Nel mezzo c’è la vicenda di Four More Respected Gentlemen, un album preparato appositamente per il mercato americano e mai pubblicato.

Tanta fatica per nulla. The Kinks Are The Village Green… esce il 22 Novembre 1968, lo stesso giorno in cui viene distribuito l’Album Bianco dei Beatles. Il destino, ancora una volta. Sarà un flop. Ma si tratterà del “Most successful flop of all time”, come lo ha definito Ray Davies di recente, dopo aver raccolto i meritati frutti postumi di uno dei più importanti album della band.

Strutturato in una serie di scenette, l’album propone fotografie sbiadite di un’Inghilterra che fu. Il rimpianto per la tradizione, però, non è da intendersi come un rigurgito conservatore, bensì come uno spunto per ironizzare su certo buonismo della middle-class inglese.

L’atmosfera nostalgica che pervade i testi dell’album è ricreata musicalmente da scelte quanto mai eterogenee. Dalle atmosfere un po’ cabarettistiche e un po’ malinconiche di All Of My Friends Were There, ai ritmi caraibici di Monica; dai deliranti proclami di We Are The Village Green Preservation Society, alla sbeffeggiante psichedelia di Phenomenal Cat, i Kinks mettono in piedi un circo di immagini che non può non ricordare Sgt. Pepper’s nel suo sollevare cumuli di polvere su oggetti antichi, infondendo nuova vita ad epoche storiche lontane un’eternità dallo spirito del tempo.

Un universo di ricordi, fotografie (Picture Book), paesaggi agresti (Animal Farm), personaggi indimenticabili (Do You Remember Walter?; Johnny Thunder), vengono riesumati e messi a confronto con la folle e confusa società contemporanea. L’importanza di “trattenere i ricordi”, elemento unificante di tutto l’album, emerge con chiarezza nella scena finale di questo insieme di schizzetti, People Take Pictures From Each Other. Come in preda ad una mania, le persone scattano fotografie ad ogni cosa si trovino davanti, per poter provare in futuro l’esistenza di quel momento. Un ultimo, estremo tentativo di far parte di un mondo che non esiste più.

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