• apr
    03
    2013

Album

Mute

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Silent Shout era stato un caso discografico, nel 2007. Un album in grado di cavalcare il proprio tempo tra episodi techno di stampo berlinese e scandinavo alla ricerca di quadrature differenti rispetto ai ranghi dell’electroclash e una manciata di febbrili ballate sintetiche immerse nella magia del pop nordico eppure mosse da una sottile tensione sottopelle. Olof architettava gli ambienti, Karin strattonava la Bjork più sanguigna con l’indole di una Kate Bush algida e terrigna, mentre l’equilibrio era garantito da un mix di sintetiche e quartomondismi, un potabile cuore art-pop proteso sì alla contaminazione ma mai ostico o spigoloso. Diverso e sorprendente il nuovo doppio album che, già dal carattere sottilmente provocatorio del titolo, Shaking The Habitual, e non meno a partire dai singoli, A Tooth For An Eye e Full Of Fire (e relativi videoclip la cui regia è stata affidata ai videomaker realisti Roxy Farhat & Kakan Hermansson e Marit Östberg), capovolge i parametri e si presenta, da subito, come un banco di prova considerevole, anche solo per il coraggioso minutaggio e la lunghezza complessiva del lavoro.

Al netto degli aspetti operistici, ritroviamo l’esperienza teatrale di Tomorrow, In a Year con Planningtorock e Mt. Sims, in una serie piéce strumentali ancor più radicali, dal minutaggio forse esagerato. Un lato arcano, industriale e stregonesco (Cherry On The Top) di un disco che non ha paura di respirare in profondità o sottacqua (Old Dreams Waiting To Be Realized) focalizzato su una manciata di formati canzone dall’inedita potenza e duttilità che sembrano premere costantemente sui formati proposti a partire da un dichiarato statement politico.

Come ci suggeriesce la fotografia scelta dei videomaker coinvolti, Shaking The Habitual si è posto lo scopo di decostruire le infrastrutture di potere e leadership che regolano i rapporti tra persone e sessi calando testi e contesti nel quotidiano della gente comune in un urbano asciutto e aggressivo che tanto ha a che fare con la scandinavia quanto con l’Occidente tutto. Sia quando utilizza il cut up (“Not a vagina / It’s an option / The cock / Had it coming” da Full Of Fire) sia quando azzera la psicologia (quel “The piss is territorial” con cui si chiude Without You My Life Would Be Boring) o descrive desolanti squarci di presente (We’ve been running ’round / Pushing the shopping cart/ January twothousandtwelve / Even in the suburbs of Rome da A Tooth For An Eye) Karin  interpreta con rinnovato carisma sia i singoli micidiali che hanno anticiapto l’album (Full Of Fire che ha la carica dei migliori Prodigy) sia i restanti episodi cantati, tutti caratterizzati da oculati processing vocali. Olof la compensa in uno sforzo arrangiativo senza precedenti calando il tribale in un costante flirt con le lezioni di gente tipo Steve Roach, Robert Rich e Kenneth Newby ma anche con l’industrial più pagano dei 90s che, a quanto pare, nei negozi di dischi di Stoccolma va via come il pane (Raging Lung).

Sapiente anche il più ampio schema etnico del musicista (vero marchio di fabbrica assieme all’uso ambientale delle tastiere) che sa ancora mostrarsi accessibile (gli scenari à la Aguirre di Without You My Life Would Be Boring, i casual breakbeat della citata Raging Lung) senza rinunciare all’oscurità più pesta. Non da meno, infine, il lato electro, altro palinsesto del brand, che ritroviamo nelle incursioni bladerunneriane di un’incisiva Wrap Your Arms Around Me o nei pezzi più techno/house dela partita come l’acida e magrebina Networking o l’old school malatissima di Stay Out Here.

Sull’avant più tosto troviamo il Robert Wyatt dalle parti di End Of An Ear, o i Red Crayola più minimali, magari in trip narrativo Stieg Larsson. La traccia è Fracking Fluid Injection. Niente male per un gruppo art-electro-pop eh?

24 marzo 2013
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