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7.5

I campi magnetici si spostano solo se attratti da risvolti problematici, aree di conflitto esistenziale, attriti emotivi e culturali, mutazioni di scenario. In ogni disco un gioco, se no a che serve un disco? Se no cos’è (ancora) un disco, quale il suo senso, il suo ruolo? La sua, ebbene sì, sostanza? Dopo il tour de force delle 50 canzoni come altrettante candeline per il mezzo secolo di Merritt, la nuova sfida si consuma all’insegna della compressione. Quickies, sveltine. Ventotto pezzi, lunghezza massima due minuti e trentacinque secondi, un’eternità se paragonati ai diciassette secondi di Death Pack. Quanto al resto, sei tracce stanno sotto al minuto di durata e ben dodici tra il minuto e i due minuti. Cosa dire?

La considerazione più banale potrebbe riguardare la sostanza di queste canzoni: sì, avete immaginato bene, il buon Merritt si conferma compositore versatile e umorale, capace di sciorinare idee melodiche tanto efficaci quanto disarmanti, pescando con disinvoltura dal crooning brumoso (lo Scott Walker tra raggi cosmici e highland di Love Fine Wrong o quello abbacinato di The Boy In The Corner, il folk strascicato di Castle Down A Dirt Road) e da declinazioni variamente rock (la post wave eniana di Biker Gang e When the Brat Upstairs Got a Drum Kit, la vena indie desertica di Kraftwerk In A Blackout), passando per giocolerie pop insidiose (la corrosiva My Stupid Boyfriend, la solennità liberatoria XTC di The Day The Politicians Died, la mestizia irrevocabile e laconica di She Says Hello), lanterne magiche psych (la marcetta pastello di When She Plays The Toy Piano, la hitchcockiana The Bigger Tits In History, gli intrecci da Fairport Convention posterizzati dreamy di Come, Life, Shaker Life!) e cantautorato agrodolce (il folk speziato di malinconie John Cale di I’ve Got A Date With Jesus, il Tim Hardin su di giri di Favorite Bar). 

Il tutto all’insegna di arrangiamenti scarni, essenziali, e senza ovviamente rinunciare al vezzo dell’auto-sottrazione, visto che la sua voce è presente in meno di metà scaletta e le restanti melodie vengono affidate alle brave Claudia Gonson e Shirley Simms. Insomma, se avevate voglia di fare i conti con una nuova collezione di pezzi destinati a incastrarsi tra gli ingranaggi del quotidiano, a riempire gli interstizi e imporsi sulla bassa intensità di tanto, troppo quieto vivere, è esattamente il nuovo album dei Magnetic Fields che stavate aspettando. Ma è anche qualcosa di più: è il disco che mette l’accento proprio sulla forza irriducibile delle canzoni nel momento stesso in cui rischiano di venire ridotte a componente deperibile di un processo sempre più meccanico o – meglio – algoritmico.

Come è noto, la logica delle playlist sta producendo una mutazione strutturale delle canzoni, tendenzialmente più brevi, l’enfasi posta sul ritornello che deve catturare più rapidamente possibile un ascoltatore/utente di passaggio. Di fatto, le canzoni sono il carburante di un meccanismo estremamente complesso, proprio per questo sono sottoposte a una raffinazione costante che le riduce progressivamente alla loro dimensione funzionale, fino a farle coincidere con le loro parti utili. Non deve stupire quindi se, come è accaduto un paio d’anni or sono con la celebre “truffa bulgara”, a qualcuno possa venire in mente di confezionare playlist composte da pezzi lunghi pochi secondi che falsi utenti (bot) “ascoltano” in loop, generando per l’autore un profitto senz’altro disonesto eppure, come dire, paradigmatico. In un certo senso, quelle canzoni fake e quegli utenti altretttanto fittizi congenati dal truffatore bulgaro (?) rappresentarono sì un’anomalia, ma anche i soggetti e gli oggetti ideali per garantire la massima efficienza dell’algoritmo. 

Le nuove, rapide canzoni dei Magnetic Fields si inseriscono in questo scenario come una specie di doppio monito: sottolineano la gravità di un processo globale pericolosamente vicino alla deriva e di contro ricordano la potente fragilità delle canzoni (è questo il senso degli arrangiamenti spartani?), la loro essenza impronosticabile, volatile ma densa, la cui formattazione può avvenire solo tenendo conto di quanto sia dannatamente facile soffocare la fiammella dell’espressione. 

In ultimo: che Merritt sia un artista col vezzo dell’artigianato o un artigiano capace di slanci artistici (oppure un appassionato totale sempre disposto a dissacrare e dissacrarsi: “My life was much more funny\And more entertaining then\I wish I were a prostitute again”), va preso atto di come il suo repertorio messo in prospettiva somigli a una sfida infinita lanciata alla dicotomia tra quantità e qualità. Anche per questo, ogni suo nuovo disco mi lascia senza fiato. Quasi sempre.

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