Recensioni

Saranno pure le hits di domani, le otto canzoni affidate all’ennesimo lavoro firmato The Men – a occhio e croce il quarto negli ultimi quattro anni (quinto su cinque, se si include l’autoprodotto esordio Immaculada), il secondo dopo lo stravolgimento di New Moon – ma per oggi non bastano affatto. O meglio, basterebbero pure se si trattasse di una nuova formazione e non dovessimo rapportarle a quelle che un quintetto di balordi semisconosciuti ci spiattellò in faccia senza rispetto per niente e nessuno, con foga e rabbia (sempre melodica, eh, sia chiaro) da gruppo senza un domani, all’altezza di Open Your Heart o Leave Home.
La svolta accennata in New Moon trova ora la sua compiutezza formale ed estetica: accantonata ogni forma sonora “dura”, l’ormai rodato quintetto affina il proprio personale orizzonte sonoro basandolo su classic-rock a stelle&strisce e su una forma di “americana” corposa ed energica, rinvigorita da mai dome iniezioni da “foga rock” e sempre attenta alle melodie e alla forma canzone. Ne esce un album stilisticamente perfetto, tarato com’è su coretti solari, sing-a-long melodici e appiccicosi, mid-tempo classic-rock, armamentario tradizionale – assoli, armonica a bocca, piano e quant’altro – e in cui è palese il desiderio di Nick Chiericozzi e soci di smarcarsi dal ruolo di miglior formazione delle seconde linee del “rock peso”, per tentare una nuova collocazione sonora, sempre più orientata verso un mix di Neil Young e Minutemen, Tom Petty e The Drones, cowpunk e Americana.
Si sarà capito che dei Men che incendiavano palchi e dischi a suon di aggressività semi-hc, heavy rock melodico, slanci post-Husker Du e chitarre sempre al massimo, resta ben poco. Non che sia un male tentare nuove vie, più adulte e mature: di fatto, però, queste hits di domani guardano molto, forse troppo, indietro.
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