• Mag
    20
    2013

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4AD

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C’è voluto l’uragano Sandy per costringere i National a riunirsi per concentrare le idee e produrre il loro album, immersi com’erano nei loro progetti paralleli disgiunti tra esibizioni estemporanee (un webcast con Bob Weir dei Grateful Dead), organizzazioni di festival come l’All Tomorrow Parties, brani donati a giochi, film e serie tv (rispettivamente Portal 2, WinWin e Game Of Thrones/Boardwalk Empire) e l’attività di produttore del chitarrista Aaron Dressner, capace di raffinare lavori come Tramp di Sharon Van Etten e il recente Hummingbird dei Local Natives. Ritrovarsi in un ritiro forzato nel mezzo della tempesta e in totale blackout per un paio di giorni ha probabilmente contribuito a ricreare quell’alchimia utile a perfezionare il materiale prodotto sin dall’autunno del 2011 e a dar vita al sesto LP (il secondo su 4AD dopo l’incorporazione della Beggars Banquet).

Potremmo definire Trouble Will Find Me come “la più unita contraddizione tra parole e musica”. Mai come prima Matt Berninger aveva affrontato l’approccio ai testi con tale immediatezza e confidenza, accantonando i giri di parole e la retorica fatta di immagini visive per abbandonarsi a una scrittura quasi da diario, a tratti stravagante (lo si nota fin dai titoli come Pink Rabbits e Don’t Swallow The Cap), esplicita sia quando parla d’amore (I Need My Girl) che quando si addentra nell’analisi introspettiva e personale (Demons). Di contrasto, a livello sonoro, questo disco risulta l’episodio più complesso e ricercato dei National, un’unione di estremi tra brani dalle incalzanti ritmiche di batteria – mai così veloci e ipnotiche (Graceless) come ora – e parentesi in cui agire per sottrazione (Heavenfaced) annullando le diffuse orchestrazioni in favore di voce, batteria e synth – la vera innovazione del disco -, oltre alle drum machine delicate e quasi impercettibili in I Need My Girl (portate loro da Sufjan Stevens). L’artista del Michigan rappresenta una delle ospitate più influenti oltre a quella di Richard Lee Parry degli Arcade Fire che lascia il segno in Sea Of Love, un inno in puro stile No Cars Go; per le parti vocali gli interventi di St. Vincent, la citata Van Etten – già nel singolo Think You Can Wait del 2011 – e Nona Marie Invie dei Dark Dark Dark abbelliscono ulteriormente le pregevoli armonizzazioni maschili. Come collante rimane la voce baritonale di Berninger che – complice probabilmente l’aver smesso di fumare da due anni – non è mai stata così evocativa e cristallina, risultando ancor più pulita nelle note alte (I Should Live In Salt va oltre il precedente limite di Friend Of Mine, un suo tabù in versione live) e piena in quelle basse.

Se Boxer rappresentava la conferma del potenziale espresso già con Alligator e High Violet è stato il tentativo (riuscito) di raggiungere un pubblico numeroso con brani più catchy, il rischio in cui Trouble Will Find Me poteva incorrere era di non avere più un’urgenza che ne giustificasse l’uscita. Per arginare questa deriva, i cinque dell’Ohio optano per la scelta più difficile: accantonare ogni tipo di aspettativa dei fan cercando semplicemente di seguire l’istinto del processo creativo, introducendo nuove sperimentazioni senza stravolgere (e forzare) il caratteristico impianto. Il risultato non delude e porta il quintetto nella dimensione di chi può permettersi di fare musica in proprio senza ansie. In piena maturità artistica.

9 Maggio 2013
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