Recensioni

7.5

Tre come il titolo del ventunesimo disco degli australiani The Necks. Tre come i componenti e le anime che guidano instancabilmente da un trentennio una tra le formazioni più avventurose e durature dell’area latamente “jazz” mondiale. Tre come gli approcci dei tre componenti o come le modalità con cui il trio affronta le performance live o quelle in studio: le prime in flusso unico in cui di volta in volta uno strumento guida il resto, le seconde, ovviamente, più organizzate. In questo Three la sensazione è che si sia scelta – o sia semplicemente accaduto perché così doveva essere – una terza via, ovvero il giusto mezzo tra le due modalità di cui sopra: tre composizioni costruite meticolosamente “in laboratorio” che però mantengono quella capacità di avviluppare l’ascoltatore con una musica che cresce e scende carsicamente, che si inabissa per poi riemergere prepotentemente, che si fa flutto e/o respiro.

Non è pertanto casuale che la press indichi e insista proprio nella reiterazione del numero tre e negli approcci, nelle forme che di volta in volta la musica dei The Necks ha assunto e assume, come chiave di volta di un album al solito tanto vario quanto ispirato, nel senso che contiene idee e input con cui altre formazioni avrebbero riempito una discografia intera. Ciò accade perché in questo nuovo e inatteso album – anche se va dato atto a Chris Abrahams (piano), Lloyd Swanton (basso) e Tony Buck (batteria) di essere molto regolari nelle uscite: praticamente una all’anno – le tre lunghe composizioni (ché chiamarli pezzi è decisamente riduttivo e non soltanto per la lunghezza) sono tanto diverse tra di loro quanto germogliate dallo stesso humus e unite dallo stesso umore: che sia l’attacco acceso e incessante dell’opener Bloom, quasi una cavalcata ritmica o una sfida a singolar tenzone tra Swanton e Buck con Abrahams a svolazzare di qua e di là col suo piano ma in realtà vero tratto leading del tutto; oppure Lovelock, così chiamata in onore di Damien Lovelock dei Celibate Rifles, col suo mood oscuro e notturno, sospeso tra vuoti dark e pieni angosciosi, continuamente in tensione senza mai esplodere o collassare; o infine, la conclusiva Further, che si esplicita nelle more di un groove più sensualmente jazz, claudicante, metropolitano, fumoso e cinematografico, anzi, narrativo, da intendersi come suono immaginario per hard-boiled.

Insomma, Three non sarà perfetto perché nulla lo è se non in divenire, ma qualche vago rimando al numero perfetto si trova eccome nell’ora abbondante di musica che i tre Necks ci hanno confezionato e che speriamo continuino a elargirci con la cadenza a cui siamo abituati.

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