Recensioni

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Vertigo, nomen omen come spesso accade quando si traffica con gli australiani The Necks. E pure stavolta, nella stessa misura in cui il precedente Open ci si spalancava davanti in tutta la sua dirompente forza fluviale, ci si ritrova di fronte alla fonte svelata non appena si fa partire il disco. Vertigo, come la vertigine che prende alla gola e fa girare la testa in una traccia unica da quasi tre quarti d’ora in cui è tutto un saliscendi emotivo inscenato al solito con proverbiale saggezza e mirabile sapienza da Chris Abrahams (piano), Tony Buck (batteria) e Lloyd Swanton (basso), più di un quarto di secolo on stage e almeno una decina di capolavori sui 18 album in carniere.

Una unica traccia da 45 minuti che è in realtà, come spesso è accaduto in passato, un disco di “canzoni” sui generis diluite lungo l’intera durata della traccia, tante e tali sono le variazioni sul canone, gli sbalzi di umore, le curve a gomito, le frasi musicali riprese e rilasciate che i tre architettano in un continuum senza soluzione di continuità, senza per questo allontanarsi mai dal mood generale di ogni singola opera. Accade così, anche per questa “vertigine” sonora, di abbandonarsi in maniera quasi inconsapevole al flusso musicale architettato dai tre, siano i passaggi rarefatti, quasi ambientali, composti da pochi tocchi di piano, uno scivolio di basso e una spruzzata di spazzole sui piatti (collocati, ad esempio, intorno ai 10 minuti), i fantasmatici svanimenti di una musica assente e presente nello stesso tempo (un buon esempio è il vuoto pneumatico intorno al minuto 20) o le aperture corali simili a frattali di improvvisazione avant-jazz nell’interplay educato ma mai ossequioso tra i vari strumenti, che plasma una materia tanto volatile quanto dotata della carnale sostanza del rock senza esserlo minimamente.

Musica per rapimenti e ipnosi, mini-massimalismo travolgente e riflessivo, astrazione spazio-temporale monocroma eppure sfaccettata: questo – e infinitamente altro – è ciò che i The Necks mettono sul piatto sin dagli esordi, con una carica emotiva e una perizia strumentale da far invidia ai grandissimi dell’empireo del jazz/avant/quant’altro. Empireo nel quale, per chi scrive, i re si collocano di diritto.

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