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7.6

Quinto album per il nostro supergruppo neo-power preferito. La formula è più o meno la stessa ma toglietevi dalla testa che possa suonare stanca o stancante. Il loro entusiasmo, la passione, la facilità con cui sfornano melodie adesive sono stupefacenti, così come l’apparente semplicità di arrangiamenti e intuizioni soniche che invece sono trame il cui processo di raffinazione non conosce sosta. Nel caso di Togheter, la consueta fregola power pop è impreziosita da una vocazione dreamy che pesca a piene mani dalle sontuose eredità Beach Boys (le armonizzazioni vocali, certo baloccarsi bucolico) e Brian Eno (quelle emulsioni caramellate di tastiere), conferendo al tutto un’adorabile aria post-fricchettona.

Ecco quindi che le dodici tracce si crogiolano in un brodo di coltura tutto guizzi effervescenti e carezze madreperla, siano esse un languore appiccicoso Mark Bolan (Daughters Of Sorrow, Silver Jenny Dollar), dolciastre malinconie Bee Gees (Valkyrie In The Roller Disco) o sbrigliatezze Pretenders (If You Can’t See My Mirrors). A sbalordire davvero è però la freschezza della vena, vedi la battente meraviglia power-psych di Up In The Dark (tra i primi R.E.M. e gli Arcade Fires) oppure l’enfasi di We End Up Together coi suoi call & response quasi Supertramp e le carezze d’archi tra XTC e Badfinger. In più, quale ciliegina sulla torta, la formidabile Neko Case è piantata come non mai nel centro pulsante della situazione, sia nei controcanti che quando si occupa in prima persona della melodia (nell’urgente The Crash Years e nella fiera mestizia di My Shepherd).

Ci sono anche degli ospiti: Will Sheff degli Okkervil River, Zach Condon dei Beirut e la cara St. Vincent. Il risultato è questo disco delizioso, che ribadisce un concetto: l’azienda capitanata da Newman e Bejar è una benedizione per lo sclerotico mondo del pop-rock. 

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