Recensioni

“Volevamo fare un album minimale, moderno, soul con alcune influenze reggae e metterci sopra le vocal di Perry”: così Alex Paterson spiega la nascita di un secondo lavoro collaborativo, per la serie Mission It’s possible, questa volta tra gli Orb e uno dei padri – se non il Padre – del dub Lee ‘Scratch’ Perry.
Dopo il Metallic Spheres con David Gilmour, The Orbserver In The Star House – registrato a Berlino – vede il duo spostarsi dalla psych/ambient di quel lavoro verso il lato più housey dell’Orb pensiero – quello che ritroviamo nell’esordio doppio The Orb’s Adventures Beyond The Ultraworld – ma decisamente declinato reggae-dub e con ricami di claps e sample a tirare in ballo rispettivamente hip house e tutta una vintalogy di produzioni giamaicane.
L’album pare suonato sotto formalina, tanto è ovattato e dubbato, eppure sotto la coltre fumogena troviamo anche una certa freschezza: qualcosa del pop che rese celebri brani come A Huge Ever Growing Pulsating Brain e Little Fluffy Clouds (il singolo – re-edit ? – Golden Clouds), la dub-house (Ball Of Fire, Hold Me Upsetter, Go Down Evil), una pimpante funk-house (Thirsty), ma anche un reggae-dub bello e buono (Police & Thieves). Il tutto accompagnato da spazzolate black, trick orbiani, e il sourrounding toasting di Perry, il cui canto millenarista e gentilmente senile dà all’intera operazione un senso e una direzione.
Perry e The Orb – ovvero, in quest’occasione, Alex Paterson e il fido Thomas Fehlmann – hanno realizzato anche un podcast per Fact (il mix 341) e, a quanto pare, porteranno l’album in un tour. Segno che l’avventura li ha divertiti almeno quanto ha divertito noi.
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