Recensioni

Smesse le magliettine rosse a strisce bianche, Jack White ha deciso di prendersi una pausa dai White Stripes e di andarsele a suonare di santa ragione nel “gruppetto” degli amici, che nella fattispecie sono il collega-concittadino Brendan Benson, raffinato musichiere e cantautore (nove anni di carriera alle spalle e tre dischi all’attivo, ultimo nei negozi The Alternative to Love), più la sezione ritmica degli scozzesi Greenhornes (Jack Lawrence al basso e Patrick Keller batteria), che già accompagnarono i due White lungo il tour europeo di Get Behind Me Satan.
Ne esce Broken Boy Soldiers, dieci perle di rock vecchio stampo, in cui la vena blues di Jack si è riversata in composizioni farcite di coretti e distorsioni caldissime, con in più una buona dose di melodia di stampo Beatles prima maniera (particolarmente eloquente in tal senso Hands).
L’iniziale Steady As She Goes, ruffiana quanto basta, è il singolo ideale per quanto fila via liscia e si destreggia abilmente tra richiami indie e melodismi quasi beat, ma è solo un depistaggio: tra ballad lennoniane (Together e Call It A Day, in cui Jack cede il passo a Brendan, così come nell’acustica Yellow Sun), sfuriate di chitarre in distorsione (Store Bought Bones), un soul-blues dolente (Blue Veins) e ulteriori richiami ad un certo quartetto di Liverpool (Intimate Secretary), la scaletta è quantomai varia; probabile gemma dell’album l’omonima Broken Boy Soldiers, tre minuti sincopati in cui gli acuti di Jack si fondono in un groove oscuro in odore di psych che non lascia scampo (“the boy never get older / the boy broken joy soldiers”).
Tirando le somme, Broken Boy Soldiers esce pienamente promosso: pur basandosi su canoni e stilismi da classic rock i Raconteurs sfoggiano una personalità sorprendentemente definita e una compatezza sonica più che gradevole, senza mai cadere in facili citazionismi. Per la serie: come smarcare l’emul e andare dritti in rete.
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