Recensioni

Tagliano il traguardo del quinto album i due Danesi, da anni impegnati in una personale esplorazione di tutte le varianti del rumore applicato al pop.
Partiti come una versione noir dei Jesus And Mary Chain, sono andati via via acquistando maggiore sicurezza dei propri mezzi e, va da sè, una maggiore personalità. Ora sono dalle parti di un pop diafano e minimale, sorta di incrocio fra le trame eteree dei Cocteau Twins e l'asciutto esistenzialismo dei primi Cure.
Quanto mai essenziale negli arrangiamenti, fatti quasi sempre di semplici linee chitarristiche e generosi tappeti di synth su cui le voci di Sune e Sharin possono dispiegarsi fragili e ammalianti, Raven In The Grave testimonia la maturazione di una peculiare concezione del pop: austera ed immediata, sempre in bilico fra leggerezza e malinconia.
Alla prima vanno ascritti i temi spectoriani in chiave 80s di Forget That You're Young e la lullaby narcolettica di Summer Moon; War In Heaven e Apparitions, al contrario, sono melodie umbratili e limpide come specchi d'acqua di montagna, appena increspati da gentili tocchi di chitarra.
La ritmica, del tutto assente nella maggior parte dei brani, prende invece il sopravvento nella batteria dritta del surf wave Ignite e nella melodia circolare e negli accordi graffianti di Recharge & Revolt, lungo ed accorato mantra pop senza ritornello, che ad orecchie smaliziate ha subito assunto la statura del classico.
Il fatto che i Raveonettes lo abbiano scelto come primo singolo la dice lunga sulla libertà espressiva conquistata in dieci anni di onorata carriera e di come, lasciata da parte la coperta di Linus fatta di feedback, si sentano liberi di svelarsi in tutta la loro grazia.
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