Recensioni

7.1

Con il precedente Shadowland – terza parte di una surreale trilogia performativa iniziata con Talking Light Tour e proseguita con il Wonder of Weird Tour – a passare praticamente sotto silenzio, i dischi non più pubblicati da Ralph né da Cryptic Corporation ed una buona fetta di fan – compreso il sottoscritto – ad aver abbandonato la nave già all’altezza di Animal Lover, i Residents sembravano destinati «a continuare in perpetuo», parola di Homer Flynn, come corpo simbolico abitato da libere creatività che nessuno – a parte i fan sfegatati – aveva più interesse a smascherare. Sensazione che quest’ultimo album – che esce su Cherry Red – in parte conferma ma in buona parte smentisce, almeno per un paio di interessanti obiezioni.

È risaputo che a quell’irresistibile e morboso esoterismo che circondava la Ralph degli anni d’oro (quella che in catalogo aveva gente come Tuxedomoon), dagli anni osservanti della teoria dell’oscurità di Senada e i Beatles scarabocchiati sulle copertine alla chimerica opera incompiuta – Vileness Fats – che aveva trasformato i Residents da cinematografi falliti alla cosa più bella che la new wave che potesse godere, è da molti anni subentrato un paradigma del tutto differente. La formazione che non ha mai amato definirsi band è finita per diventarlo per davvero ma, negli ultimi vent’anni almeno, ciò che ha più mortificato l’aspetto propriamente musicale della proposta è stata l’insistenza sul concept album proiettato sulla performance di stampo teatrale prima e il suo nefasto accanimento narrativo poi. Da quel capolavoro minore che è stato Wormwood, Flynn e gli altri non hanno fatto altro che escogitare e pubblicare tardive new wave opera in cui erano Randy (il teschio, il vecchio, ecc.) e i suoi racconti gli unici, veri, motivi di interesse per ascoltarle (o meglio, vederle ed ascoltarle); tutto il resto, arrangiamenti e strumenti musicali compresi, era diventato puro allestimento coreografico.

E mentre la musica diventava accessoria, da circa Demons Dance Alone (che era comunque uno spettacolo/concept post-11 settembre degno di nota) i Residents erano diventati via via più sbiaditi e automatici, un cul de sac funzionale al racconto di grottesche saghe che da sempre popolano i dischi degli occhiuti in frac. The Ghost Of Hope è tutto sommato uno di questi dischi, con dalla sua una rifinitura maggiore nell’arrangiamento e nella resa complessiva: alla base c’è l’idea di descrivere pedissequamente, attraverso musica e testi narrati a mo’ di audiolibro, alcune cronache di disastri ferroviari accaduti negli Stati Uniti tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 prese da – veri o fittizi – stralci di giornali d’epoca. Ogni brano racconta uno specifico incidente per filo e per segno, con gli arrangiamenti a seguire paro paro il racconto, rumore del treno sulle rotaie e inevitabile botto finale compresi. Il vaudeville (ed anche il valzer) apocalittico dei Residents è naturalmente sempre lì, come al loro posto troviamo i freak e i clown (ed anche un elefante) a perpetuare la mitologia della band con un disco che senz’altro raccoglierà l’interesse di una fetta di persone che difficilmente sarebbe tornata ad ascoltare nuove puntate in cui la band impersonava Randy, Chuck e Bob, ovvero il trio che inscenava un mesto addio ai Residents come collettivo mascherato. Ora che anche Charles “Chuck” Bobuck se n’è andato, il carrozzone torna a ore 12 con tre personaggi vestiti con identici scacchi azzurri e il solito Randy a dominare le scene. I Residents sono tornati i Residents, e quelle maschere veneziane col naso lungo donano loro particolarmente.

The Ghost Of Hope secondo Flynn è un disco che mostra un’epoca lontana fatta di disastri che ricerca, tecnologia, organizzazione e sviluppo hanno poi risolto, ma non staremo, in piena digital age, si domanda il “portavoce” della band, andando incontro ad un cataclisma ancora peggiore? L’interrogativo è ben posto e anche il disco, vissuto da questa angolazione, regala interessanti suggestioni.

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