Recensioni

5.8

Sono passati più di venti anni da quel Tattoo You che vedeva gli Stones ancora credibili nel ruolo di buffoni irriverenti. Ciò che è venuto dopo, l’ho ascoltato di passaggio. L’ho volutamente ignorato. Ma non crediate che non mi sia chiesto se sia giusto – intellettualmente, moralmente – questo ostracismo a prescindere. Anzi, è sicuramente sbagliato. Il punto tuttavia è: gli Stones non mi emozionano più . Mi emoziona la loro oscenità di beggars in giacca di lamé, i volti da bavosi extra-lusso, l’irriverenza assoluta del rock’n’roll dissolutamente istituzionalizzato. Ma la musica non c’entra più nulla. Quindi, cosa pensarne, come oggettivamente giudicare un loro nuovo album? Altro problema è che mancano termini di paragone, punti di riferimento attendibili. E’ la prima volta, in ambito rock, che una band di livello internazionale raggiunge i – ugh! – quaranta anni di carriera.

In ragione di ciò, posso senz’altro sostenere che Rough justice sembra un impasto ipervitaminico di Brown sugar e Jumpin’ Jack flash, che Driving too fast ricorda il passo peccaminoso di Can You her me knockin’, che Rain fall down insegue le orme funk affilate di Hot stuff. Ma cos’altro potrebbero? Come potrebbe essere altrimenti che così? Forse l’unico modo è adeguarsi allo scopo, alla natura di quest’operazione. Ammetterne cioè la natura di prodotto, e solo in questo senso valutarlo, per quanto possibile. Gran copertina, innanzitutto. Tra il patinato e il mefistofelico. Fa ottimo pendent con i fantasmi che baluginano qua e là, da Angie che spunta nell’arpeggio di This place is empty (cantata da Richards con cavernosa fragilità) al blues rurale periodo Beggars Banquet di Back of my hand (molto compiaciuta) ai rabbrividenti spurghi di memoria nel country folk di She saw me coming (bella slide miagolante, belle venature soul, buon pezzo insomma a patto che sopportiate in bocca a Jagger parole come “my misery”).

Se l’obiettivo era fornire ad una generazione di post-adolescenti l’illusione di un’appartenenza mai vissuta – magari da far risuonare a palla nell’autoradio – allora ok: suono impeccabile, ruvidità, carezze, impudenza stagionata, nebbioline sulfuree, leggenda insidiosa, storie di whisky andati, cuori turgidi malgrado le rughe. Insomma, missione compiuta. Chiaro però che i rockettari più scafati potrebbero obiettare l’eccessiva pulizia di una Let me down slow (sembrano quasi i Dire Straits più svelti) o la iperproduzione dolciastra di Streets of love. Per non dire di quando – forse per dimostrarsi “in grado di” – i cari vecchi pietroni rotolanti sfornano un mostriciattolo funk rock come Look what the cat dragged in (sorta di bruttacopia INXS), mentre il disimpegno blues-dance della conclusiva Infamy – canta un pastoso Richards – non sfigurerebbe nel catalogo d’uno sfatto Tom Jones. Ci sono le zampate, certo: sentite come inizia Laugh, I nearly died, quel drumming che spunta dal nulla, e poi quel propagarsi soul pieno di riverberi insidiosi. C’è il mestiere, come no, perché Biggest mistake è una ballata presa dallo scaffale delle banalità gradevolissime (con quel coretto a uncino, con quell’amarognolo abbandono senile). E c’è il tracollo, quando la ormai celebre Sweet neo con – per la bramosia di spernacchiare Bush – tira via un errebì che nemmeno una band di scolaretti.

Non manca nulla. Tranne quello che vi dicevo, o che ho provato a dirvi, qualche riga fa.

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