Recensioni

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A cosa si deve questa goduriosa rispolverata di uno dei più grandi album della Storia del rock? E’ ancora un po’ presto per celebrarne il quarantennale (sarà fra due anni esatti), quindi: niente anniversario. E allora? Forse perché sono stati miracolosamente rinvenuti pezzi inediti? No, sembra piuttosto che Jagger e Richards siano stati interprellati per esaminare antichi nastri allo scopo di estrarne materiale interessante per fornire un alibi all’operazione. Ovvero: il progetto precede la scoperta degli inediti.

E allora? Allora, non ci resta che elucubrare. E non c’è bisogno di andare troppo lontano: oggi che l’idea stessa di album si sta estinguendo dall’immaginario delle giovani (e non solo) generazioni, non stupisce che una major come la Universal – sotto la cui cappella gli Stones si sono appena trasferiti – tenti di rinvigorire il mercato riproponendo uno degli album mitologici per eccellenza. Exile On Main St. fu per gli Stones e per il rock una tappa estremamente significativa. Musicalmente eccelso quanto bizzarro, emblema di bastardaggine stilistica (country folk, blues, gospel, errebì…) e sanguigna ispirazione, frutto di dissennatezze varie e fughe dalla rettitudine, di contrasti e illuminazioni, testimonia forse l’ultimo rigurgito di un’utopia già sepolta.

Un album estremamente coeso malgrado l’eterogeneità formale, sostanzialmente privo di singoli: i due prescelti si comportarono benissimo (Tumbling Dice e Happy), ma fu l’aura straordinaria del long playing a trainare loro e non viceversa. In un certo senso, Exile – uscito nel ’72 – fu l’ultimo grande disco rock degli anni sessanta, o la straordinaria lapide che sigillava definitivamente quell’epoca gloriosa. Tutto ciò lo rende un feticcio perfetto, inossidabile, capace di aprirsi una breccia nell’attuale cappa d’indifferenza verso il disco come "raccolta di canzoni". Chiaro il concetto?

Ecco quindi il nuovo fiammante missaggio, ed è un bel lavoro in effetti: ti sembra di mettere maggiormente a fuoco i volti, le espressioni, le folate di genio selvaggio su quei lineamenti giovani che la musica ha fotografato per sempre. Quanto alle dieci tracce "previously unreleased", rispondono in pieno alle aspettative, sono pur sempre propaggini ma si amalgamano al contesto (al Contesto) con bella naturalezza. Degne di nota Plundered My Soul che gioca a fare la Tumbling Dice un po’ più sanguigna, di cui Good Time Women sembra essere una vera e propria versione scollacciata. C’è poi I’m Not Signifying che recupera il passo ebbro del banchetto degli straccioni, c’è l’allucinata fuga garage strumentale di Title 5, mentre destano curiosità le versioni alternative di Loving Cup (più lenta e melmosa) e Soul Survivor (cantata da Richards e perciò più scapigliata e alcolica).

C’è quindi il "caso" Following The River, in origine uno strumentale su cui Jagger ha cantato un testo nuovo di zecca: operazione filologicamente discutibile, ma a pastrocchi del genere ormai siamo vaccinati. Va detto in ogni caso che il pezzo è piuttosto bello, situabile in un solco immaginario tra Wild Horses e You Can’t Always Get What You Want. Le super-deluxe edition prevedono versioni in vinile con sontuosi libretti fotografici e DVD (contenente estratti dai peraltro già noti Cocksucker Blues e Ladies and Gentlemen: The Rolling Stones): prezzi ovviamente alti ma in fondo equi, proprio perché commercialmente in giro c’è poco di altrettanto appagante da un punto di vista rock. Del resto, non è la prima operazione del genere. Vedrete che non sarà l’ultima. Anzi.

P.S. Il voto che segue ovviamente si riferisce all’operazione. Il disco sarebbe da 9 pieno.

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