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7.8

Quando accadde, cosa accadde? Possibile che nessuno si sia accorto di qualcosa, chessò, un boato, uno scricchiolio continentale, una distorsione spazio-tempo da ubriacarti per settimane? Eppure, accadde: i Rolling Stones scesero dal trono. D’improvviso lo stetoscopio sulla giugulare del rock’n’roll divenne sordo, d’un tratto si svuotarono le mani abituate a stringere i coglioni del mondo. Cosa accadde, quando accadde?

Il capolinea musicale degli Stones per me si compie con Tattoo You. Mi assumo tutte le responsabilità di questa affermazione: ciò che è venuto dopo non è tutto da buttare, però mi sembra, come dire, irrilevante. Non posso farci nulla se lavori come Aftermath, Let It Bleed, Beggars Banquet, Sticky Fingers ed Exile On Main Street mi hanno scolpito in testa una devastante, irripetibile idea rock: un mistero che ti prende a calci, una festa per fantasmi increduli e spiriti incancreniti, la spiegazione che polverizza ogni domanda. E una tempesta nelle vene.

Canzoni scritte e interpretate come fossero proiettile e pistola, frusta e carnefice, amore e perdizione. Plasmate con la sostanza stessa di quegli anni, inseparabili dal repertorio iconografico e dalle formidabili/tragiche cronache che ce li raccontano. Poi, d’un tratto, il meccanismo s’incrinò. Gli Stones non furono più il mercurio inafferrabile, la lepre da inseguire. Ora toccava a loro inseguire. Ancora vivi, vegeti e tosti: ma inseguitori. Le canzoni si fecero scivolose, sottili, rapide. Sferzanti, sì: ma accessorie.

Con quel disincanto pre-digerito, quel respiro acido ma corto. Capire se furono più loro a indietreggiare o la realtà a schizzare fuori dalla loro portata (entrambe le cose?) è affare controverso e comunque da affrontare in un altro ambito. Possiamo però domandarci, di nuovo: quando accadde? E tentare una risposta. Rubricato Goat’s Head Soup (1973) come la dimostrazione che anche agli dei sono concessi momenti di stanca (seppure relativa), e preso atto che nel pur assai buono Black And Blue (1976) il processo appare già compiuto, non resta che puntare i riflettori nel mezzo, ovvero su It’s Only Rock’n’Roll, anno 1974. Album sotto la cui pelle si consuma – invisibile e cruento – lo scontro tra consapevolezza del crepuscolo e determinazione a mostrarsi ancora veementi, imprescindibili, i migliori.

Tutto appare più sfumato, si perdono i contorni di ciò che si ascolta/si sente, di ciò che si agita dentro e che invece affiora. Ora sembra di assistere a un party sul cocuzzolo di qualche grattacielo, jet set sfavillante e polveri bianchissime, vedi la secca e scoppiettante Dance Little Sister o l’iniziale e iniziatica If You Can’t Rock Me. Ora sembra che qualcosa ti si accucci sornione sulla pancia in attesa che gli carezzi i capelli, vedi il country-blues amarognolo di TillThe Next Goodbye o il soul bradicardico If You Really Want To Be My Friend, nobilitato dai vocalizzi dei Blue Magic. Ora quel qualcosa ripiega in se stesso come spaventato da ciò che non riusciamo a vedere, vedi l’agra funky-psych di Fingerprint File. Ora rincula verso calligrafie del passato così lontane così vicine, vedi quello che combinano l’errebì screanzato Ain’t Too Proud To Beg – cover a firma Whitfield/Holland – e il boogie umorale di Short And Curlies.

Dovessimo appenderci questo disco davanti agli occhi per osservarlo controluce, la title track e Time Waits For No One mi sembrerebbero i lembi perfetti da afferrare: la prima è una fiera rivendicazione, innodica e contagiosa eppure fin troppo esibi(zionis)ta, quasi nascondesse un timore in seno; timore che nella seconda diviene languida confessione a mo’ di rumba acidificata, un guardare dritto negli occhi la macina del tempo, indagare la curva nera dei pensieri (quelle pennate di chitarra acustica, il ricamino spacey di synth, gli assolo slabbrati). Insomma, qui si giocano gli Stones che verranno. Non solo perché Mick Taylor abbandonerà la baracca poco dopo, ponendo fine di fatto alla formazione più longeva e fruttuosa (non ce ne voglia l’immenso Brian Jones). È che qui gli Stones iniziano a giocare col proprio mito. D’azzardo. Ma cum grano salis.

Qui comincia quella sfida sovrumana e cialtrona, slabbrata e algoritmica, carburata da un sogno eternamente insoddisfatto, sempre entusiasta, regolarmente eccessivo, inopportuno. Vale a dire: perpetuarsi a dispetto di tutto, anche di se stessi. Del tempo. Progetto tanto sfrontato da sfiorare la purezza se paragonato alla volgarità pusillanime in cui annega il mondo. E tanto oltraggioso da meritarsi una santificazione istituzionale (che Richards – fedele al canovaccio – rifiuterà, a differenza del “baronetto” Jagger). Un’avventura così logora, così rovente, così ingegneristica, così ingannevole, così inarrestabile. Malgrado la quale, grazie alla quale: God Save the Rolling Stones.

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