• nov
    01
    2009

Classic

Island

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Le prime cose che si percepiscono ascoltando Cut sono l’atmosfera, la gioia, il dinamismo militante. Bastano due minuti di Istant Hit e la familiarità con le chitarre inconfutabilmente post-punk, il ritmo in levare, la vocalità agitprop ma cristallina di Ari Up è già completa. So Tough ha un tiro che trascinerebbe una mummia, e ci introduce a quel basso che toglie ogni dubbio: questa roba è dub, oltre che post-punk. Eppure le Slits nascevano come il primo gruppo punk tutto al femminile, con Ari che incontra Palmolive al concerto di Patti Smith, et cetera et cetera…

Ma l’insegnamento di Cut è quell’“eppure” può non essere pertinente. Anzi, è proprio il momento che il primo album delle Slits fotografa con una felicità che ha pochi pari. Felicità che nasce dal loro entusiasmo e da quell’equilibrio precariamente incosciente che investì il combo femminile una volta fatta la conoscenza dei ritmi giamaicani arrivati in UK. In Cut c’è tanto il punk quanto il dub, punto. C’è il supporto della produzione di Dennis Bovell, che secondo alcuni semplicemente stravolse l’anima del gruppo. Ma noi sappiamo che l’anima delle Slits (sempre che esistano le anime) non poté rimanere impassibile ai deliri ripetuti delle feste raggae in cui Ari e co., assieme agli amici del Pop Group, passavano le nottate. E quindi sgorgò dalle vite alla musica.

In Cut vediamo il dub modificare l’ipnosi delle sue strutture da taglia e cuci di foga e riflessione del post-punk. Notiamo anche il fallimento della tecnica, quando si dimentica delle teste in questione, e cioè quando Liebe And Romanze dilata a dismisura Love And Romance. E grazie al lussuoso cofanetto doppio CD della deluxe-edition di Cut, stampato in occasione dei trent’anni del disco, ci è concesso di osservare gli effetti della sottrazione reciproca tra dub e punk. Ci sono ben due sessioni da John Peel, dove i pezzi Cut-iani si asciugano del lavoro in studio e tornano a essere deliziosamente arrembanti. C’è un secondo CD che non poteva che chiamarsi Uncut, a richiamare un famoso articolo di Reynolds del ’97, proprio sulle Slits (poi mutato nel pezzo di Rip It Up che conosciamo bene). In tutto, tra CD e Un-CD, oltre alla tracklist originale di Cut, ci sono ben 30 tracce bonus (selezionate e compilate dalle Slits stesse, insieme a Mark Paytress di Mojo) che impreziosiscono, accanto a un booklet succosissimo, un’uscita che, una volta in più, conferma il raggiunto status del post-punk inglese nel mercato discografico: una fonte di celebrazione.

20 Gennaio 2010
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