Recensioni

Nel 1986 gli Smiths erano la più grande band del mondo. Solo che il mondo, parafrasando una loro raccolta che uscirà l’anno dopo pochi mesi prima che Johnny Marr decida di lasciare il gruppo, non stava ascoltando. Scrivendo di The Queen is Dead per Pitchfork in occasione della ristampa deluxe pubblicata nel 2017, Simon Reynolds racconta come gli Smiths in quel periodo stessero attraversando la propria “fase imperiale”. Il concetto, coniato da Neil Tennant dei Pet Shop Boys (un altro che di canzoni se ne intende e che con gli Smiths aveva non pochi punti in comune, se è vero che fu proprio lui a definire la sua band «the Smiths you can dance to» oltre a collaborare con Johnny Marr nella canzone degli Electronic del 1990 Getting Away with It… come vedete è tutto abbastanza collegato), vuol dire pressapoco che come band ti trovi in un momento di grazia in cui non va niente storto, tutto ti esce bene e hai il tocco di Re Mida. Tutto diventa oro. Gli Smiths sicuramente hanno vissuto cinque anni di “fase imperiale”, solo che il loro impero non era destinato a diventare più grande di quello che avevano ottenuto in vita. Della gloria postuma, in questa storia, non interessa davvero niente a nessuno.
Quando pochi mesi fa è uscito Shoplifters of the world, film diretto da tal Stephen Kijak che racconta come nel 1987 un gruppo di amici di Denver, shockato dalla notizia dello scioglimento degli Smiths, decide di prendere in ostaggio un’intera stazione radiofonica per suonare le canzoni di Morrissey e Marr fino all’intervento della polizia, all’effetto nostalgia ad uso e consumo di una generazione che non ha mai superato o lo scioglimento della band o all’impossibilità di averla vissuta in diretta, si sostituiva la sensazione e la consapevolezza che sì, probabilmente della gloria postuma non interessa davvero a nessuno – soprattutto a Stephen Patrick Morrissey e Johnny Fuckin’ Marr che ribadiscono ad ogni occasione che (fortunatamente) non ci saranno mai più gli Smiths – ma è stato bellissimo far parte di quella storia o comunque poterla cogliere in tutta la sua straordinarietà ancora oggi a distanza di 35 anni. Perché anche se l’impero non è mai stato grosso più di una classifica dei singoli alternativi, è altrettanto vero che a tutte le persone che negli anni hanno avuto a che fare con le canzoni degli Smiths la vita è cambiata. E non è poco.
The Queen is Dead, dicevamo. Gli Smiths sono forse la prima band espressamente nostalgica capace di non suonare nostalgica. È un punto di contatto particolare e misterioso, quasi impossibile da raggiungere. Ma loro ce l’hanno fatta. «Being in the Smiths», dice Johnny Marr, «was half being a rock’n’roll band, and half being a 60s movie». C’è da un lato la riflessione continua sull’innocenza perduta – della città e della provincia, delle persone, dell’Inghilterra – e degli orizzonti traditi che si traduce nella veste grafica scelta da Morrissey (che curava gli artwork di tutto e che per la copertina di questo disco scelse un suggestivo frame di Alain Delon nel noir Il ribelle di Algeri del 1965) e nei testi al tempo stesso diretti e inafferrabili, lamentosi e lirici del cantante. Dall’altro lato, invece, c’è il risultato ultimo e sublime del lavoro musicale di Johnny Marr, chitarrista tra i più inventivi della sua generazione, che partendo dall’idea di voler usare la chitarra per suonare «tutta la musica di una band», riesce a costruire un universo sonoro in cui gli arpeggi costruiscono melodie cristalline ma, al tempo stesso, con quel qualcosa di storto in più (una nota fuori scala dove non deve esserci, un passaggio maggiore/minore inatteso), e le ritmiche non lineari, che poco hanno a che fare con il classico strumming in 4/4, partono sì dal passato, da Roger McGuinn, da Keith Richards, da Bert Jansch, da Neil Young e da Sterling Morrison, ma dialogano con una contemporaneità fatta di post-punk (Television), blues scarnificato (Gun Club), diventando colonna sonora di quel presente e di ogni presente da lì in avanti. Ci sono molti modi di maneggiare la materia nostalgica, penso, e gli Smiths in cinque anni sono riusciti a partire da lì – dall’ossessione per gli anni Cinquanta e Sessanta e dall’insoddisfazione per l’Inghilterra repressa e repressiva degli anni Settanta o Ottanta – per offrire spiragli di luce del mondo nuovo laddove la realtà e la quotidianità andava avanti nel solito grigiore da fabbrica dismessa e disoccupazione crescente. Del resto stiamo parlando del nord dell’Inghilterra raccontato da David Peace in GB84.
Ecco allora che la più formidabile macchina da singoli degli anni Ottanta (insieme forse appunto ai Pet Shop Boys e ai New Order) scrive il suo disco più compiuto in una sorta di trance agonistica. Schiacciata tra un tour e l’altro, con Johnny Marr alle prese con problemi di alcool e Andy Rourke all’apice della sua dipendenza dall’eroina, con Morrissey schiacciato tra la sua ambizione divistica totale e la frustrazione di essere comunque destinato a essere per sempre un idolo ‘minore’, sull’orlo di un esaurimento nervoso totale, gli Smiths si chiudono in studio con il loro ormai fedele quinto membro aggiunto Stephen Street e partono dalle demo di Marr e dalle jam session. Da una di queste ultime nasce la canzone che apre il disco e che gli dà il titolo. Ispirati dai Velvet Underground, i Nostri tirano fuori uno dei loro pezzi più cattivi, musicalmente e liricamente. Assalto sonoro (per quanto questo termine sia adeguato parlando degli Smiths) tra feedback e batterie incrociate, e con un riff proto-punk rivoluzionario per uno la cui firma è l’arpeggio delicato, The Queen Is Dead si posiziona come momento della maturità: «Life is very long when you’re lonely» canta a ripetizione Morrissey dopo il suo attacco alla monarchia che diventa attacco all’Inghilterra tout court (da «England is mine» a «Pass the Pub that wrecks your body And the church – all they want is your money»).
Non sono ricordati per essere un grande live band, gli Smiths, ma nei frammenti live allegati alla deluxe edition del disco pubblicata nel 2017 si può sentire come per questo lavoro il gruppo abbia cercato di spingere su quella tensione che lo alimentava. Non è un caso che per promuovere il lavoro fosse stato commissionato un mini-film di 13 minuti a Derek Jarman, regista al tempo stesso crudo e visionario simbolo della British Reinassance di cui gli Smiths rappresentano l’apice musicale. Rinascimento degli anni Ottanta che parla all’invasione dei Sessanta, con Bigmouth Strikes Again che unisce al risentimento di Morrissey la voglia di Marr di suonare come i Rolling Stones. È uno dei pezzi più riusciti, ammirati e imitati, che ancora adesso apre i concerti solisti del chitarrista. Merito di un riff che non si stacca dalla testa e una melodia killer, oltre che un lavoro sulla parola significativo in ogni sillaba: «Now I know how Joan of Arc felt», dice Morrissey parlando di se stesso e dell’industria discografica. Il ragazzo non ci è mai andato per il sottile, ma va bene così.
E no, non mi sto dimenticando di quella canzone. Croce e delizia. Tutti la amano e ogni volta che senti qualcuno che ne parla e che non ama gli Smiths tanto quanto li ami tu, ti senti in qualche modo oltraggiato. Come se ti stessero togliendo un pezzo di te. Mi autodenuncio. Sono nato nell’anno in cui questo disco è uscito e quando l’ho ascoltato la prima volta, adolescente, comprandolo a scatola chiusa conoscendo degli Smiths solo Hand in Glove recuperata su una compilation comprata in edicola, There’s a light that never goes out mi folgorò diventando istantaneamente la mia canzone preferita. Un tizio che conoscevo all’epoca, che scriveva su un sito musicale dove stavo iniziando a farmi le ossa e che aveva qualche anno in più di me, mi disse che io ero troppo giovane per poterla capire e per poterli capire, gli Smiths. Lo presi come un affronto – ma che ne sai? – ma adesso lo capisco. Quando Zooey Deschanel canticchia la canzone a Joseph Gordon Leavitt all’inizio di (500) Days of Summer (orrido film di Marc Webb del 2009 che ha rovinato tutto), mi sono scoperto preda di un sottile stato di sconforto. Mi stavano prendendo qualcosa di mio e lo stavano dando in pasto a un sacco di persone che lo avrebbero usato come frase da mettere su una maglietta. O sul proprio profilo Tumblr. Però quella canzone non si discute. Non si può discutere. È una di quelle cose che ti esce una volta nella vita o forse una volta in una generazione. La dimostrazione ultima della “fase imperiale”. In effetti a saperne un po’ di storia, bisognava prevedere che dopo aver toccato l’apice tutto sarebbe crollato.
Cosa rimane oggi di The Queen is Dead? Banalmente, rimane il disco. La prova ultima di una band che ha costruito l’idea contemporanea di musica alternativa e di band indie fatta e finita, che ha dimostrato come usare il pop in modo intelligente e la nostalgia in modo non autoriferito e consolatorio, che ha condensato in 37 minuti e 11 secondi canzoni perfette e momenti di pura meraviglia (non si loda mai abbastanza la bellezza di Some Girls Are Bigger Than Others, a partire dal fade-out iniziale sul magistrale lavoro di chitarra di Marr) che fotografano come poche altre cose il momento storico ed è al tempo stesso capace di uscire da quel momento diventando patrimonio comune di più generazioni. I nervosismi di chi pensa di essere stato ‘rapinato’ di qualcosa non contano, conta solo il fatto che questa musica continuerà sempre, nel bene e nel male, a parlare alle persone disposte a ad ascoltare. E poco importa se il mondo non sta ascoltando.
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