Recensioni

Ha sempre avuto un afflato cosmico, il progetto di Paolo Monti The Star Pillow, ma probabilmente, per via di un titolo evocativo e tremendamente affascinante per gli sci-fi addicted, mai come in questa sinfonia astrale si è mostrato così in grado di creare mondi e dimensioni parallele. Già la struttura stessa dell’album – tre sole tracce di cui due, in apertura (My Dear Elohim) e chiusura (From Dust To Stars) molto lunghe, e un “intermezzo” dalla durata umana (An Interstellar Handshake) – inquadra la dimensione “altra” che The Star Pillow intende dare a questo disco. Una dimensione che ama indagare i tempi lunghi se non lunghissimi, come lunghi se non lunghissimi sono i tempi cosmici, quelli dei viaggi interplanetari, quelli che molta fantascienza del passato (dalla velocità di curvatura di Star Trek) o più recente (le indagini sulla multidimensionalità dei wormhole da Nolan in poi) hanno sempre individuato come mix tra la naturale propensione all’avventura oltre i propri limiti dell’essere umano e quella quasi fisiologica necessità di trovare altre forme di vita in quell’“out there” altrimenti inspiegabile.
Ecco, The Star Pillow riesce a trasfondere su pentagramma tutta la gamma di sensazioni ed emozioni che si può provare, anzi, che si può “intuire” di provare in una distesa di vuoto e oscurità, mentre si è però protesi all’ascolto e alla ricerca di un contatto: drones di chitarra che si distendono gli uni sugli altri creando via via strutture sempre più ipnotiche e, scusate la banalità, alienanti; senza mai scivolare nel minaccioso o nell’oscuro, le tre suite fanno aleggiare sull’intero disco un senso di pacificazione e di apertura verso le profondità del cosmo che è insieme invidiabile ed evocatore. Centro (non di gravità, ovviamente) perfetto per un disco da ascoltare a occhi chiusi per connettersi con la fratellanza più sconosciuta e lontana.
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