• ott
    13
    2017

Album

Last Gang Records

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Se si riuscisse a separare gli Stars dal continuo riferimento ai Broken Social Scene e a dimenticare per un momento il mezzo passo falso di No one is lost, si apprezzerebbe senza dubbio e più facilmente la rinnovata ispirazione della band canadese racchiusa nel nuovo There Is No Love in Fluorescent Light. Ottavo album in studio, fuori per Last Gang dopo aver abbandonato la ATO, e preceduto dai singoli Privilege e We Called It Love si configura come il disco del dentro-fuori per chi, come loro, ha spesso vissuto un alternarsi tra momenti di grazia ed episodi meno fortunati.

Un conciso post sulla loro pagina Facebook preannunciava a giugno il nuovo lavoro in questa maniera: «Hello. we’re back. we have a new album. it was recorded in Montreal and Connecticut with the great producer Peter Katis. We love him and thank him for being there for us. It’s our first with our friends at Last Gang Records. We made this record for ourselves, for our kids, and for you». Lapidari, concisi, senza fronzoli. Un po’ una foto di ciò che è There Is No Love in Fluorescent Light. Ad occhio e croce il disco più raffinato in oltre quindici anni di carriera, grazie anche alla produzione del succitato Peter Katis che ha saputo smussare alcune spigolosità latenti e proiettare il sound della band verso atmosfere più soffici ma mai scontate.

L’impianto è sostenuto in maniera coerente dai soliti synth imponenti e precisi (Privilege), da un semplice piano (The gift of love), da sezioni ritmiche tipicamente chamber pop (On The Hills), passando in scioltezza anche attraverso territori dal sapore southern rock specie nei passaggi vocali di Torquil Campbell (Alone, California I love that name). Se ciò che era sempre mancato agli Stars, specie negli ultimi anni, era una coerenza interna tradotta in termini stilistici, essa sembra essere ora magicamente tornata nell’ossatura di questa nuova prova. Ma è soprattutto nei testi che la band lancia un messaggio potente sul cambiamento e sullo scorrere del tempo: la raffinata disamina sull’inerzia umana di Privilege («Never got what you want / never got what you want / never got what you want / you forgot what you want») si sposa con la lapidaria constatazione in We called it love («I don’t believe people ever change But I’ve changed»), mentre il mood generale, straziante e cinematico, viene dettato dai versi di Fluorescent Light («Endless yellow taxis / waiting for the moment / when the party will end»).

Riportando tutto a casa, gli Stars confermano la bontà delle loro intenzioni scegliendo una strada che, mai quanto ora, racconta loro stessi. Sfruttando un climax che, nell’economia dell’album, digrada sempre più verso l’intimismo, la band canadese riesce a tener viva l’attenzione fino all’ultima, conturbante, traccia. Bentornati.

13 Ottobre 2017
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