Recensioni

Flash #1, 2021: Ian Brown, totalmente fuori controllo, continua a twittare lanciando proclami anti mascherina, complottisti e anche abbastanza no-vax. Nella comunità musicale non manca un certo scetticismo.
Flash #2, 1993: Alan McGee, boss di Creation Records, mette sotto contratto gli Oasis sperando di poter piazzare un paio di singoli vendibili per coprire il vuoto nella scena indie britannica «nell’attesa del secondo disco degli Stone Roses» (uscirà a fine ’94 e verrà considerato una delle delusioni del decennio).
Flash #2, 1990: Spike Island, estuario del Mersey tra Manchester e Liverpool. Gli Stone Roses, aperti da Dave Haslam (resident dj dell’Hacienda) e Paul Oakenfold, suonano davanti a 30 mila persone – ma quelli che hanno ascoltato il concerto sono molti di meno – in quella che è stata definita “la Woodstock del baggy”. La consacrazione definitiva di un fenomeno.
Il primo disco degli Stone Roses è davvero uno di quei momenti che definiscono la storia della musica. Uno spartiacque, un punto di raccolta e una proiezione verso il futuro. Esaltato più dei suoi indubbi meriti, stroncato più dei suoi opinabili demeriti, si tratta di uno degli ultimi lavori angolari della musica pop. Non il disco più di successo di sempre (ad oggi ha venduto 4 milioni di copie ma in diretta si fermò alla posizione 19 nel Regno Unito), ma quello che ha definito il suono di una generazione – e per una volta questa frase può essere scritta senza risultare ridicola.
Nei footage sul concerto di Spike Island si vede la band saliere sul palco nel delirio acid house di quel rave a cielo aperto. Brown inizia a urlare «The time is now» mentre dai beat psichedelici colonna sonora della rinascita di Manchester e i feedback sorprendentemente corrosivi della chitarra di John Squire, emerge l’avvolgente riff di basso su cui Gary ‘Mani’ Mounfield costruisce l’architettura della canzone manifesto della band: I Wanna Be Adored. Un’intera gioventù vive il qui e ora lanciandosi nel ballo e nel coro da stadio che accompagna l’inizio della canzone. La qualità lascia a desiderare. Brown stecca tre note su due, ogni tanto sembra che i musicisti della band se ne vadano ognuno per i fatti propri, ma non è quello a importare. Importa che quell’isola artificiale si è trasformata in una Cattedrale dove si sta celebrando un rito. Un rito che segnala l’arrivo del presente, una nuova stagione dopo la lunga transizione degli anni del post-punk, della coda lunga della stagione del thatcherismo, di un risveglio felice dopo anni di grigia pesantezza. Come urlano in She Bang the Drums, «The past is yours but the future’s mine».
Stone Roses ha una nascita travagliata così come travagliata è stata tutta la vicenda della band di Manchester. Nata nel 1983 da un’idea di John Squire e Ian Brown, nel nucleo primario alla batteria suonava Simon Wolstencroft che ad un certo punto lascia dopo aver rinunciato di diventare batterista di un’altra band che sarebbe diventata piuttosto famosa, gli Smiths (sembra una barzelletta ma è così). Ci mettono qualche anno a trovare la quadra attorno all’arrivo di una sezione ritmica fortissima composta da Alan ‘Reni’ Wren e, soprattutto, Mani che, al suo arrivo, a detta di tutti «ha improvvisamente cambiato la band». Seguono concerti in cui diventano culto locale (Andrew Collins del NME scrisse di un loro concerto: «I’m already drafting a letter to my grandchildren telling them that I saw The Stone Roses at the Haçienda»), provano a sfondare fuori ma non ce la fanno, anche se guadagnano un po’ di attenzione da parte della stampa e soprattutto da parte di Geoff Travis di Rough Trade, che fa pure registrare loro una versione di Elephant Stone prodotta da Peter Hook, ma non se ne fa niente. Vince la Zomba, che con loro vuole lanciare una nuova sussidiaria dedicata alla musica alternativa, la Silvertone, e li vincola a un contratto ridicolo per otto album e li chiude in studio (in tre studi diversi, per la precisione: il Battery e il Konk di Londra, il Rockfield in Galles) con John Leckie. Forse non il nome più adatto per catturare il suono di una nuova generazione, avendo lui prodotto Meddle e Wish You Were Here, ma forse il nome più adatto a tirare da quella nube densa e confusa l’essenza di un sound che pur proponendosi manifesto del futuro, aveva le radici ben piantate nella storia della musica.
Merito soprattutto di John Squire, uno dei chitarristi che, insieme a Johnny Marr e Bernard Butler degli Suede, ricostruisce un modo di suonare attorno all’uso creativo degli arpeggi, degli accordi aperti e della melodia, la cui forza sta non nella distorsione o nella potenza, ma nella costruzione di mondi partendo da una matrice chiara: i Byrds (She Bangs the Drums, Bye Bye Bad Man, This is the One), Hendrix (la furia generatrice di I Wanna Be Adored e Waterfall), addirittura Paul Simon (Elizabeth My Dear). Ma è grazie alla forza della sezione ritmica, capace di intercettare il “groove” che la città stava proponendo trasformando il classicismo in innovazione, evolvendo le trame di Squire in un gioco di inseguimenti ed esplosioni (Made of Stone, Fools Gold), e soprattutto al carisma sbruffone e primitivo di Ian Brown, se un gran disco di canzoni pop diventa lo spartiacque generazionale capace di essere votato a distanza di trent’anni come il secondo disco fondamentale della storia della musica inglese.
Ian Brown inventa a tutti gli effetti un modo di stare sul palco, di interpretare la musica e usare il suo corpo come strumento della vibrazione dance, ponendosi come anello di congiunzione tra l’avanguardia suo malgrado situazionista e sconclusionata di Bez (ballerino e pusher degli Happy Mondays) e il divismo “assoluto” di Liam Gallagher: this money’s gone to heaven. I limiti vocali portati al vertice e trasformati in punto di forza; una presenza da capo-curva che incita attraverso la danza e l’esaltazione la propria comunità, che vuole solo essere adorata; il menefreghismo di chi vuole prendersi il futuro senza rispettare nessuna dinamica conosciuta: c’è un altro footage in cui Ian Brown, senza nessun motivo apparente, si stacca dalla band, si accovaccia sul palco e inizia a suonare delle percussioni che ovviamente nessuno sente.
Al di là di tutte le note di contesto, fondamentali per capire come mai gli Stone Roses, pur ballando una sola stagione, abbiano costruito un mondo sonoro nuovo, resta un dato fondamentale e lo spiega benissimo Alan McGee nell’intervista pubblicata su queste pagine: «non devi essere diverso per essere grande: devi avere solo grandi canzoni». Bastano le canzoni, al di là della critica che ogni tanto le ha bollate come non efficaci, per descrivere la grandezza del disco. Dal già citato manifesto I Wanna Be Adored in poi. This is the one, She bang the drums sono prima di tutto delle grandissime canzoni pop. Fools Gold, I am the resurrection e Waterfall sono soprattutto un meraviglioso tentativo di mettere la quotidianità escapista di una Manchester finalmente colorata dentro il corpo e il calore degli strumenti elettrici. Perché c’è una cosa che ci insegna il pop: senza le canzoni non vai da nessuna parte. Poi certo, bisogna incorporare e incardinare il momento culturale (è in quella frattura-divorzio che Simon Reynolds vede il passo falso di Second Coming) e diventare in qualche modo il “tramite” di qualcosa, quel qualcosa che si è celebrato a Spike Island per non tornare forse mai più, lasciandoci un capolavoro, delle grandi canzoni e una manciata di tweet cospirazionisti.
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