• Gen
    01
    1970

Classic

Elektra

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Un giorno del 1968 Danny Fields, manager della Elektra, andò a Detroit per visionare quei pazzi scatenati degli Mc5 e assistette ad un concerto fuori programma che – sono parole sue – gli cambiò la vita: erano The Stooges, ovvero – probabilmente – il suo più grande colpo di culo. Il leader e vocalist si faceva chiamare Iggy Stooge, più tardi noto come Iggy Pop nonché “iguana” ad honorem. L’omonimo album d’esordio fu una concrezione di bitume e lapilli hard-garage con venature jazz-funk lanciata a bomba sullo shobiz, al punto da indurre l’ineffabile Jim Morrison a vaticinare in loro il futuro del rock (d’accordo, erano compagni d’etichetta, ma Jim era Jim!).

L’opera seconda Fun House, dell’anno successivo, non poteva contare sull’effetto sorpresa, eppure non fu da meno in quanto a bocche di fuoco. Prendete la devastante sequenza iniziale: Down on the street si fa largo con una batteria che sembra percuotere il tronco cavo dell’esistenza, un riffone che qualche sgrammaticato (e io con lui) definirebbe “massiccio”, un basso che si stabilisce ai piani superiori e ci trascina in un’ombra di esplosioni imminenti, una voce che stritola il confine tra rabbioso e faceto, tra ironia e furore, tra volo e caduta; Loose ha praticamente il riff di Smoke on the water (ed era prima che il “profondo viola” solcasse le scene…) reiterato come un cappio di fuoco a farci zompare incontrollabili danze di tripudiante disperazione. Occorre sentire questa canzone per capire cosa significano un basso, una chitarra ritmica e un fraseggio di lead guitar (Ron Asheton) in una hard rock song. A ruota un pezzo serratissimo, compresso, deflagrante, quel T.V. Eye in cui gli inferi metropolitani degli Stooges trovano totale e gratificante epifania (con visioni di Grandi Fratelli sommersi in fiumi di lava… Oh, giubilo!!!).

E il resto non è certo da trascurare: l’afflato da incubo maldigerito di Dirt è un blues che antepone la rabbia al dolore, che disegna scenari di un’elettricità figlia tanto dei percorsi inimitabili di Hendrix quanto della sporcizia urbana tratteggiata dai Velvet Underground, con in più una sintesi ruvida ed essenziale della obliquità “esoterica” dei Doors. Quando poi arriva 1970 si capisce perché i quattro from Detroit vengono indicati tra i principali ispiratori-precursori del punk: almeno fino a quando il sax tenore (!) di Steven MacKay arriva a complicare stupendamente la scena con un assolo vibrante e gommoso.

A ruota segue Fun House, una follia di corde sull’orlo di uno stravolgimento irreversibile, una base ritmica freneticamente rhythm’n’blues, il sax che si è ormai impadronito della scena e pennella morti e resurrezioni dell’anima, Iggy (la sua voce, il suo corpo) che stritola ogni standard e percorre tutti gli stati d’animo e i gradi conosciuti di estasi e pazzia: canzoni come questa o ti uccidono o ti allungano la vita. La chiusura è affidata all’apoteosi dell’anarchia strumentale, ovvero a quella L.A. Blues in cui ogni strumento rotola senza controllo su un piano inclinato spinti dalle urla inarticolate e dagli improperi dell’iguana, per cinque minuti di terremoto rumoristico che rimanda senz’altro all’apparente (?) insensatezza di certe cose del gran cerimoniere Zappa.

In conclusione, non ho dubbi: questo disco è diamante grezzo, frutto di dolore e vita, figlio di una rabbia che non ha bisogno di giustificazioni. Semplicemente, con quell’immediatezza che è l’essenza stessa del rock, c’è.

1 Gennaio 2005
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