Recensioni

6.7

Stavolta ci hanno messo solo tre anni dal disco precedente, nel quale però già si sentiva che il gruppo, pur in versione passatista, aveva recuperato la vena. Nel frattempo gli Stranglers sono anche tornati ad essere un quartetto, dopo che quest’estate il cantante Paul Roberts ha lasciato il gruppo (l’altro sostituto di Hugh Cornwell, il chitarrista John Ellis, era stato rimpiazzato da Baz Warne nel 2000). Proprio Warne sembra aver dato nuova linfa creativa a una band che negli anni ‘90 si era dibattuta tra l’anonimato del suono e una penna carente.

 

La rinascita, come dicevamo, è avvenuta nel segno del passato: come Norfolk Coast anche quest’album, infatti, torna dalle parti dei loro esordi, e la “suite” del titolo – lungi dall’annunciare svolte prog – è in realtà un gioco di parole (leggendolo ad alta voce il titolo suona come “sweet sixteen”). Scelta apparentemente facile, e a rischio di risultati penosi se non sorretta da una buona ispirazione compositiva; che però regge anche qui, e gli Stranglers confermano di aver reimparato a raccontare la propria vecchia storia con freschezza e qualche puntata in avanti.

 

Se infatti è vero che Unbroken, il singolo Spectre of Love e Summat Outanowt, per dirne solo alcune, recuperano il punk arioso dei tempi di No More Heroes (i cui accordi e fraseggi di tastiera però forse risuonano un po’ troppo), va anche detto che già nello scorso episodio i Nostri non si erano limitati al gioco dell’autorevival, ma insieme al vecchio suono – anche di altre fasi nobili della loro storia – avevano recuperato un’identità intorno alla quale focalizzare idee e canzoni. E se il funk di See Me Coming risulta un po’ di maniera, in Anything Can Happen e Relentless riescono ad aggiornare quella grazia ineffabile dei dintorni di The Raven.

 

Certo, il livello e l’importanza storica non sono quelli, e un disco così, fatto adesso, suona strano anche perché la loro new wave non è quella di moda tra i gruppetti attuali (come nel recente caso dei Pere Ubu). Ma almeno i fan non hanno più di che vergognarsi, e un’onesta routine con svariati guizzi è più di quanto molti riescano a raggiungere dopo trent’anni di carriera.

 

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