• Mar
    26
    2013

Album

Warner Music Group

Add to Flipboard Magazine.

Continua l’avventura discografica degli Strokes negli anni ’10, arrivata qui al quinto capitolo, senza contare album solisti e progetti paralleli. Attesa meno spasmodica rispetto al passato, soprattutto per via di un ciclo promozionale votato al silenzio e al basso profilo. Due anni di scrittura, una manciata di scarti di Angles e produzione DIY nei leggendari Electric Lady Studios di New York per un disco che sembra suggerire, sin dalla copertina, un prodotto ordinario.

Comedown Machine è un ulteriore tentativo di proporre un sound differente dai precedenti senza rinunciare a un marchio di fabbrica fatto di ottimi intrecci di chitarre, ritmi incalzanti e vocalizzi graffianti. Una missione sostanzialmente fallita ma non disastrosa, se non altro perché l’identità del gruppo ne esce intatta e non deluderà i fan. Il problema principale, semmai, è riconducibile a una crescente difficoltà nel trovare le soluzioni giuste in ambito di scrittura e ricreare la spontaneità di Is This It.

Faticano dunque, gli Strokes, ad auto-emularsi, riciclando il sound ormai classico del debutto in All The Time, un singolo piatto e monocorde lontano anni luce dalla leggerezza garage degli esordi. Altrove ritroviamo le tastiere e gli arrangiamenti 80s tanto cari a Casablancas, in una continua ricerca di giri di basso corpulenti (Welcome To Japan su tutte) in quelle che sono, a conti fatti, sonorità classic-disco (peraltro già precedentemente accennate) dai richiami al funk più ovattato e patinato degli ultimi Parliament e Funkadelic.

La produzione è buona, stemperata rispetto ad Angles, eccezion fatta per un cantato a volte risucchiato negli arrangiamenti. Casablancas sembra andare ormai a briglie sciolte, riempiendo il disco di parti vocali in falsetto e sberleffi vari che non possono non risultare caricaturali, e sono probabilmente dettati da un’ironia di fondo, presente in abbondanza nei testi. Ecco quindi che un animale strano quale One Way Trigger prende improvvisamente senso nel bilanciamento della scaletta, e finisce col risultare uno dei brani più spendibili dell’intero lotto. 50/50, col suo quasi-punk convulso, farà felici i fan di First Impressions Of Earth mentre, soprattutto nel finale, si rallenta (troppo?) fino all’androginia di Call It Fate Call It Karma, uno pseudo numero piano-jazz senza troppe pretese. Per inciso, tra ritornelli inconsisenti e brani mediani (Tap Out, Slow Animals) di Reptilia o di You Only Live Once non sembra esserci traccia.

All’ordinarietà si affianca dunque l’evidenza di disco da limbo discografico, che lascia gli Strokes in debito perenne rispetto ai propri limiti e in tasca quel paio di brani in più per l’eventuale Best Of.

16 Marzo 2013
Leggi tutto
Precedente
Mumford And Sons @ Alcatraz, Milano 14 Marzo 2013 Mumford And Sons @ Alcatraz, Milano 14 Marzo 2013
Successivo
Pure Love – Anthems Pure Love – Anthems

album

recensione

artista

Altre notizie suggerite