Recensioni

Ci sono band che sembrano destinate a non bissare mai più nella vita i brani memorabili degli esordi, grazie ai quali sono emersi dal drappello di artisti indipendenti di inizio anni Duemila. Ci ricordiamo i Bloc Party? La band inglese ha avuto difficoltà a riproporre la giustezza del primo Silent Alarm – quella sobria sostanza, quell’orecchiabilità che non cercava il mercato ma solo una necessità espressiva – tanto da presentarsi al pubblico per anni con dischi mediocri, sebbene ragionati, voluti, desiderati tenacemente.
Questa maledizione sembra aver colpito anche gli Strokes, che con gli ultimi album hanno cercato una blanda riproposizione dello stile che li ha resi celebri, senza avvicinarsi minimamente alla freschezza compositiva di una, per dire, Last Nite. Complice, forse, l’ansia da contratto con RCA, con la quale si sono presi l’impegno di cinque album, e da cui si sono liberati nel 2013 dopo l’ultimo scivolone, Comedown Machine. Ora, slegati da qualsiasi tipo di obbligo, provano a riemergere grazie alla Cult Records dello stesso leader della band, Casablancas, con uno spiazzante (negli intenti) quanto prevedibile (nello stile) EP di tre canzoni. “Ricomincio dall’EP” potrebbe intitolarsi un film sulla loro vicenda: Future Present Past sembra voler ricalcare, seguendo il climax del titolo, una parabola artistica che ha avuto il suo culmine proprio nel passato. È una sorta di dichiarazione d’intenti o l’ammissione che gli Strokes non saranno mai più gli Strokes di Reptilia? Certo, tre brani non sono molti per avere certezza che questo ritorno sia l’ennesimo flop o, al contrario l’evento di questo decennio, ma l’araba fenice che incarna questo EP – nonostante sia da riconoscere una ripresa rispetto ai moscissimi Comedown Machine, Angles e First Impressions Of Earth – sembra volare con un’ala spezzata e un esiguo pugno di buone idee.
Drag Queen fa il verso al post-punk nella strofa e nella linea di basso, e si apre in un ritornello alt-rock densissimo e teso, che coinvolge tematiche anti-capitaliste, contro la militarizzazione degli Stati Uniti, tema sicuramente d’impatto ma che musicalmente trova il suo punto più alto in un poco calzante bridge in falsetto. La traccia forte, OBLIVIUS, di cui il batterista Moretti ha realizzato il remix, ha una partenza che sembra riprendere gli intrecci chitarristici di Room On Fire (metti qualcosa di Automatic Stop), salvo poi espettorare in un ritornello de core non lontano dai Muse. Il pezzo arriva dritto al punto senza particolari raffinatezze o cura nel missaggio, al contrario di un Threat of Joy che risulta un tentativo di riproporre sintagmi musicali tipici già sentiti, che richiamano, ad esempio, una Someday da Is This It, ma non la sua spontaneità ed effervescenza.
La voce del frontman, per essere chiari, resta il marchio di fabbrica più convincente e a suo modo affascinante degli Strokes, mentre dal punto di vista compositivo si sente l’odore di alloro ormai rammollito. Anche i tentativi di spinta verso il nuovo si limitano a tenersi appoggiati alla stampella del passato della band, zoppicando. «And for the first time in my life/ I’m gonna get myself right», ci dice in Threat of Joy: speriamo che i brevi sprazzi di ragionevolezza di questo EP siano copiosi nel prossimo vero disco e che tu, Casablancas, stia facendo davvero la cosa giusta.
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