Recensioni

7.1

Sono trascorsi quasi dieci anni da quando ci imbattemmo per la prima volta in Finn Andrews, voce e mente (nonché l’unico membro che rintracciamo in tutti gli album) dei Veils. Un giovane irrequieto, un diavolo dalla faccia d’angelo, dagli occhi blu e un appena celato sorriso sardonico, un istrione che però dopo l’exploit del debutto The Runaway Found ha faticato non poco a trovare un “centro di gravità permanente”: alla sfavillante malinconia dei primi successi seguì il sottovalutato Nux Vomica e, quando arrivò il cinematico (ma altalenante) Sun Gangs lo aspettarono in pochi, complice anche la lunga pausa dal suo predecessore. Dopo tanta attesa (interrotta solo da un EP del 2011, Troubles Of The Brain) ecco la quarta fatica discografica del gruppo anglo-neozelandese: alla soglia dei trent’anni, il carismatico figlio di Barry Andrews degli XTC sembra davvero intenzionato a lasciare il segno e a crescere, lavorando sui suoi punti di forza – una vocalità subito riconoscibile, oggi più armoniosa ed educata che in passato ma pur sempre graffiante, che amalgama la fierezza di Nick Cave e il romanticismo dolceamaro di Rufus Wainwright – e smussando gli angoli laddove necessario, con l’aiuto di Nick Launay (che ha prodotto dischi dei Bad Seeds e degli Yeah Yeah Yeahs) alla produzione e di Bill Price (The Clash) al missaggio.Le dieci nuove canzoni sono state scelte tra un centinaio di provini registrati negli ultimi anni, eppure un fil rouge che le lega c’è – lo ha spiegato lo stesso Finn durante una recente intervista: “Penso che il concetto che viviamo in un universo ostile, in cui l’unica certezza è la morte, possa o farci saltare giù dal letto al mattino oppure desiderare di non svegliarci più; ora come ora, mi fa venir voglia di alzarmi molto presto”.

Nonostante questa premessa, Time Stays, We Go è il lavoro meno cupo della band, il più denso, con episodi maturi e riflessivi alternati ad altri dal fascino spericolato, come l’incendiario Through The Deep, Dark Wood, con l’organo della new entry Uberto Rapisardi in bella evidenza (qualcosa che vorremmo tanto sentire in un disco degli ultimi U2), e lo sbilenco Dancing With The Tornado che guarda a Jack White e a Black Francis. Ottimo il lavoro di Daniel Rainshbrook alla chitarra e di Sophia Burn al basso, in un disco che vive stavolta più di nuances – che necessitano di più ascolti per essere colte – che di sprazzi di bellezza sfacciata: lo si può notare in Train With No Name (si immagini se Quentin Tarantino ingaggiasse gli Arcade Fire per il “main theme” del suo nuovo film), nella melodia spartana di Candy Apple Bed e nella dondolante The Pearl, alla fine della quale Andrews gioca a fare il David Byrne della situazione ripetendo “I’m trying to keep real calm, try not to shake my drinkin’ arm” come un mantra. Non è una novità che i contrasti siano l’asso nella manica di Finn e dei suoi compagni, ma stavolta gli accostamenti arditi (“mi piace l’idea di un Roy Orbison che trascorre una giornata strampalata con gli Stooges“), anziché stordire, collaborano fianco a fianco disegnando sfondi fluidi dai quali pur emerge, al momento opportuno, l’elemento che sa cogliere di sorpresa.

Le cose vanno ancora meglio nella seconda metà dell’album: Sign Of Your Love è un brano d’impatto che risalterà ancora di più dal vivo, tra stop-and-go di chitarra, tambourines e liriche semplici ma ricche di immagini (“I cani stanno ululando alla luna / ma sono troppo perdutamente innamorato per curarmene”), Turn From The Rain cattura l’attenzione con un pianoforte saltellante, fiati sullo sfondo e un’armonica a bocca e Birds è immersa in atmosfere più care ai Calexico che a ciò cui ci avevano abituati i Veils fino ad ora. La dolce maestosità della ballad Out From The Valleys & Into The Stars sigilla quello che, alla fine, si rivela il disco di un Finn Andrews che forse ha finalmente trovato una sua dimensione – quella di un maudit impenitente che, parafrasando Oscar Wilde, vive sì nei bassifondi ma ha finalmente trovato la serenità e il coraggio di guardare anche le stelle. Il tempo resta fermo, lui – con i suoi Veils – va avanti. Se i risultati sono questi, perché mai dovremmo fermarlo?

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