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7.3

Un vecchio adagio talmente connaturato alla storia della cultura e delle sue manifestazioni da sembrarci che sia sempre stato con noi dice che non vi è mai davvero nulla di nuovo sotto il sole: ogni narrazione sarebbe sempre e comunque un remix dell'Odissea o dell'Iliade. E nella musica rock degli ultimi anni, quest'impressione può apparire confermata dal fatto che ciò che davvero nuovo si può produrre in una tradizione come quella che va dal folk di Dylan all'epica USA di Springsteen e al classic rock di Tom Petty è praticamente nulla o quasi. Allora ben vengano nuove commistioni, come questa Americana dei War On Drugs che incontra il krautrock, le chitarre suonate nelle praterie che si specchiano nelle algide movenze di sintetizzatori e ritmiche morotik.

A raccontarla così potrebbe sembrare la più grande cazzata del secolo, invece Slave Ambient funziona alla meraviglia e le sfumature dilatate dell'ipnotico incedere ritmico e dai discreti tapperi elettronici non fanno che aumentare pathos all'epos. Già nell'esordio del 2008, Wagonwheel Blues rumori chitarristici di stampo shoegaziano (che qui tornano in un prano docilmente psichedelico come City Reprise) avevano aiutato Adam Granduciel e Kurt Vile (uscito definitivamente già da qualche tempo e dedito alla ben nota carriera solista) a produrre un suono personale. Ora schegge di Neu! e LA Dusseldorf determinano alcuni degli episodi migliori dell'album: Come to the City, una Baby Missiles ripresa dal bell'EP del 2010 (Future Weather, con un titolo emblematico) che gioca (riuscendoci) al gioco degli Arcade Fire, Best Night e la splendida cavalcata di Your Love Is Calling My Name.

I War On Drugs riescono nel congiungere gli spazi sconfinati e le atmosfere psichedeliche da viaggio evocate dalla miglior road music americana con altri spazi, forse solo erroneamente pensati lontani, come quelli di certa musica europea. Qui gli spazi dell'anima e gli spazi della mente coincidono per quarantesette minuti.

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