Recensioni

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Quando le prime indiscrezioni sul rapporto tra Jeremy Rose, in arte Zodiac, e The Weeknd iniziarono a trapelare, iniziò pure a serpeggiare per la stampa specializzata uno strano sentimento. Non era difficile comprendere le ragioni di questi sospetti: Abel Tesfaye era troppo giovane, con troppo talento, comparso un giorno dal nulla con tanto di estetica già matura ed agganci a Drake. Alcuni miei amici ipotizzarano pure storie di fantomatici soldi di famiglia investiti nel progetto in stile Julian Casablancas, quando pare che Abel, prima della fama, fosse solo un commesso di American Apparell. Così con le rivelazioni di Rose sull’avere non solo ideato il progetto, dandogli quella sfumatura suicida, ma anche di avere prodotto alcune delle prime hit (tra cui l’iconica Loft Music) a tutti sembrò di avere finalmente in mano la chiave del mistero: la vera testa del progetto era Rose ed Abel solo un fortunato aprofittatore pronto ad incassare il merito.

Furono brevi certezze. Con l’uscita del Zodiac Ep, pur riconoscendo il talento di Rose, la critica fu unanime nel dichiararlo un lavoro di gran lunga inferiore a qualsiasi cosa prodotta da Abel. Le tracce erano prive di focus, si notava una scarsa padronanza dei propri strumenti, e mentre Rose era riuscito a raccimolare a malapena abbastanza idee per cinque tracce, Abel ne aveva prodotte già trenta di indiscutibile qualità. Ma ancora di più a Zodiac mancava totalmente il carisma da badboy, apparendo solo come un nerd incapace di distinguersi da altri centinaia di bedroom producer. Al contrario The Weeknd, non diversamente da altri act come i Rolling Stones, i Duran Duran e Prince, basa gran parte del suo impatto sulla sua personalità ipersessualizzata, sul fare musica che suoni come l’unico frutto possibile di una vita fatta di eccessi. Quando Abel canta in Wicked Games get you dancing with the devil o quando se ne esce con ividiabili, quanto psicologicamente sottili, one-liners come He is what you want, I’m what you need o I always want you when I’m coming down, ha tutto il carisma per risultare credibile nel suo ruolo di seduttore.

Nonostante la patina di cinismo l’intero album mostra un continuo interesse per l’amore. Abel canta Cause all we ever do is love e lungo tutto l’album, dietro ai soldi buttati e le donne che si susseguono, il problema è sempre uno: come si può essere un artista senza amare e come si può essere amati quando non si è ancora una star. L’ambizione rende Abel paranoide. E’ certo di essere destinato al succeso, ma il mancato riconoscimento esterno lo porta a svalutare ognuna delle sue conquiste seriali come false, come make believe. In The Party & The After Party canta They don’t want my love, They only want my potential. Trilogy è attraversato da un’urgenza di fama che ricorda il Morrissey di Frankly Mr.Shankly e non a caso gli Smiths vengono citati con Please Please Please nella sua Enemy.

La presenza di sample presi dall’indie rock è ormai prassi scontata nell’hip hop. Ritrovare Siouxsie o i Cocteau Twins nascosti tra i beat non sorprenderà nemmeno i nuovissimi ascoltatori. Nonostante questo l’uso fantasioso dei samples, e l’avere finalmente a disposizione la lista completa, può comportare ancora qualche scoperta interessante come nel caso di Patience di Georgia Anne Muldrow in Initiation. Seppure a volte la produzione finisca per adagiarsi eccessivamente sui meriti dei sample, come per The Birds Pt. 2 con la dolcissima Sandpaper Kisses di Martina Topley-Bird, in numerose occasioni il lavoro di Doc McKinney e Illangelo è capace di affascinare anche dopo numerosi ascolti. Per esempio Gone, anonima dal punto di vista dei testi, è uno dei beat di maggiore spessore: composto da una prima parte che ricorda un B-Side dei Mouse on Mars ed una seconda parte che sembra prodotta direttamente dai Neptunes.

Il remastering rende l’intero sound più vivo e schioccante senza stravolgere le canzoni. Inedita è l’esecuzione vocale di Abel: liberata dall’autotune e dai filtri, la ricerca è quella di avvicinarsi il più possibile, dopo D.D., a Michael Jackson. Il risultato è che ora la sua voce suona molto più naturale e corporea, spesso venata dall’emozione e da qualche imperfezione. D’altro canto questo eccesso di pulizia elimina molto del mistero di un progetto che si vuole sinistro e notturno, allo stesso modo in cui le sue esibizioni da vent’enne sorridente sul palco con live band hanno fino ad ora costantemente deluso. Se poi si aggiunge come, una volta messi i tre album l’uno accanto all’altro, diventi facile individuare  tutta una serie di manierismi, scorciatoie e ripetizioni (parte necessaria di ogni arte) è facile compendere come l’eccesso di fama e visibilità siano ora il rischio più grave per The Weeknd.

Nonostante Trilogy erediti tutti i difetti già riscontrati nelle parti che lo vanno a comporre, resta un sorprendente album di esordio. Un’opera di una tale ambizione che è riuscita nel giro di pochi mesi a rendere il suo autore una super-star e la cui influenza sull’intero panorama della musica indipendente, hip hop e non, ha già iniziato a farsi sentire. Quello che abbiamo tra le mani è un instant classic di questo decennio alla sua prima ristampa.

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