Recensioni

5.5

Siccome è il caro vecchio gioco del rock’n’roll – una truffa innocua e frizzantella di fronte alla quale, chissà, magari qualche nostalgico dal cuore generoso può ancora scandalizzarsi un pochetto – i due fratelli (fratelli?) White recitano la parte ad arte, con in faccia stampata la tipica espressione da “contenti voi, a noi non pare il vero”. In Elephant, quarta fatica sulla lunga distanza del duo di Detroit, si divertono ad attizzare ulteriormente la fiammella della pruderie adombrando l’equivoco rapporto tra Andy e Meg nella conclusiva It’s True That We Love One Another, con la terza incomoda Holly Golightly a condire la ricetta di saporiti effluvi country-RnB. Nient’altro che un happening conclusivo, tra l’estemporaneo e lo scazzone, eppure rischia di essere ricordata come la traccia migliore del programma, la più viva se non altro.

Sì perché questo disco ha un problema, un problema abbastanza grosso, ed è questo: se la cifra sonora è la più strutturata e visionaria che abbiano mai licenziato – con quelle rasoiate di chitarra in parossistico deragliare ed il torrido baluginio degli organi – al punto da sembrare assieme rievocazione e caricatura del suono vintage a cui si ispira, di contro le trame melodiche denunciano una preoccupante apnea creativa, un’eclisse di personalità che le rende impietosamente succedanee del piuttosto eccitante predecessore White Blood Cells.

Vale, certo, il peso specifico di questo suono che sembra scheggiarsi a contatto con l’aria, ostinatamente imbastito con strumentazione d’epoca (pare che le chitarre e le tastiere utilizzate non risalgano ad oltre il 1963!), ed è apprezzabile il tentativo di recuperare i prodromi stessi della psichedelia (flagrante nella caligine beatlesiana di You’ve Got Her In Your Pocket o nell’hard-blues fluviale e scorticato un po’ Hendrix e un po’ Ten Years After di Ball And Biscuit) allorché sbocciò proprio dal blues e dal folk opportunamente inaciditi ed elettrizzati. Proprio per questa spiccata attitudine a scavare nel solco della Storia, impossessarsi di antiche calligrafie ed attualizzarle apparentemente senza sforzo, ritengo gli Stripes un gradino sopra rispetto alla recente sfornata di nostalgici quali Strokes, Coral e Libertines, questi ultimi nient’altro che cottarelle adolescenziali rispetto all’amore – che dico – alla riverenza professata dai fratellini (fratellini?) from Detroit.

Entrando nel merito delle canzoni, però, le note si fanno oltremodo dolenti: scarseggiando come già detto le idee, ogni pezzo sembra aggrapparsi ad un magro espediente melodico o armonico (su tutti il riffone di Seven Nation Army) attorno a cui si raggruma tutto il resto, vale a dire emerito contorno, apoteosi del marchio, puro mestiere. Talora, come in There’s No Home For You Here, l’assalto lisergico di chitarra, organo e cori (quasi in stile Elephant 6: ogni riferimento al titolo del disco è casuale?) garantisce pure qualche sussulto, ma stringi stringi i versi sono la solita piatta tiritera, come ben ci conferma l’assioma di monotonia militante di The Hardest Button To Button (quantunque vibri di graffiante frammentazione post punk) e The Air Near My Fingers.

Prima di applicare queste considerazioni a tutto il resto, tengo a sottolineare la confortante presenza di qualche lodevole zampata d’orgoglio: prendete Little Acorns, ovvero il pezzo che Billy Corgan vorrebbe scrivere da qualche anno, oppure Girl, You Have No Faith In Medicine, in pratica i Sonics rifatti dai Blues Explosion, o infine – perché no –  l’apprezzabile ballad stoniana I Want To Be With The Boy. Evidenti dimostrazioni di stoffa alla luce delle quali spiace ancora di più la pochezza complessiva del disco, rafforzandosi altresì il sospetto – il timore – che il fenomeno White Stripes sia stata l’ennesima breve fiammata nel lungo vespro del rock.

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