Recensioni

6.4

In un certo senso, Elephant era un disco riuscito, perché a dispetto di una certa banalità di scrittura riusciva ad imporre la sua prepotente strategia di forme: lanciato a bomba sul pubblico bue, faceva l’effetto di un pachiderma idrofobo in un centro commerciale. E giù a gridare al miracolo, alla rivelazione. Salvo poi annoiarsi tempo pochi ascolti, perché la noia è l’obiettivo vero e inconfessato di ogni esperienza post-pop. Ma non divaghiamo. Con Get Behind Me Satan Jack e Meg tornano all’ovile, dove conta più la nota che la spada, dove le ombre possono più del calcestruzzo. Non un gran disco, a dirla tutta. Però c’è da fare i conti con un suono curioso, tra il torbido e il gotico, il rurale e l’ancestrale, un suono cucito addosso a canzoni dai contorni tremuli, che aleggiano come fantasmi di qualche era geologica fa.

Ecco dunque le particelle elementari di vibrafono, il drumming un po’ infantile un po’ primordiale, il glockenspiel e il chitarrone acustico, lo shaker e la fosca legnosità del basso, e soprattutto il piano, un piano lunare, indolenzito, flebile. Una parata di elementi sulle cui impronte sbocciano folk blues dal languore intossicato, come la lunare I’m Lonely, quasi un traditional ricostruito, o White Moon, fragile e collosa come un Alex Chilton agonizzante, o quella Little Ghost che avrebbe potuto forse scrivere un Cobain tenero, unplugged e – soprattutto – sopravvissuto. L’aria che si respira è un po’ da ritorno al futuro, considerato l’arcaismo scellerato di certi blues-rock (la torbida Red Rain, l’alcolizzata The Denial Twist, l’ibrido LennonLed Zeppelin di Instinct Blues) o la sfacciataggine bluegrass di As Ugly As I Seem, mentre altrove predomina un gusto sospeso tra il grottesco e l’onirico (il calypso sgrammaticato tra ragli e tonfi di The Nurse, la filastrocchina Passive Manipulation per vocina di Meg, il comico fervore scat/stomp di My Doorbell).

Ad introdurre questo caravanserraglio c’è però lo schiaffo, la frustata, il rogo sacrificale che esplode nel riff caricaturale e icastico di Blue Orchid, sberleffo ghignante da marionetta dark (non a caso “visualizzato” dall’impagabile Floriana Sigismondi nel relativo video clip) che non mancherà d’irretire crudelmente e giustamente tutti i babbei Mtv-dipendenti. Ah, le care vecchie truffe del rock’n’roll…

Per la capacità di far sembrare plausibile l’improbabile (e viceversa), Get Behind Me Satan è un disco che ci riconcilia coi White Stripes, ed è allo stesso tempo la conferma dei nostri dubbi sul loro conto: perché queste cartoline dal loro esilio sulla Main Street sembrano ritagliate da un almanacco (trovato in chissà quale baule, oppure ordinato su e-bay), perché né la voce che si corruga si straccia si snerva né l’ostinata configurazione “vintage” della strumentazione riescono a dissolvere quella maschera che fa sembrare il canto anche l’interpretazione di un canto, e il suono anche la ricostruzione di un suono. Quasi che gli Stripes avessero scovato la pietra filosofale che muta la più autentica ossessione nella più occhiuta strategia, e la loro musica in una celebrazione scaltra e devota.

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