Recensioni

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Negli ultimi anni, inutile nasconderlo, il garage ha riscoperto uno stato di forma assolutamente brillante. Ty Segall, Black Lips, Bass Drum Of Death e Thee Oh Sees sono i primi nomi che vengono in mente per questa rinascita del genere. La cosa paradossale è che si tratta di musica fortemente basica, la cui grammatica è quasi tutta interna al rock. I riflettori accesi su questi artisti sono dunque ingiustificati o mediaticamente generati? Non proprio. Perché quell’architettura distorta è semplicemente divenuta la base per due rilanci: quello della personalità e dell’autoralità (tutti i musicisti sopra elencati sanno scrivere canzoni personali) e quello dell’apertura esterna, chi in maggiore chi in minore misura, a contributi diversi dal rock più grezzo.

Giunti all’undicesimo album in studio, i Thee Oh Sees ampliano la strada intrapresa già con le ultime uscite, e in nuce da sempre nel loro DNA: quella di un garage che rinuncia quasi al pop per abbracciare territori espansi, non prescindendo mai dalla forza d’urto, ma veicolandola con mezzi diversi. La scelta è testimoniata dagli strumentali: un pezzo come Jammed Entrance, suono motorik contrappuntato da riverberi e inserti chitarristici robotici, è semplicemente un esempio delle strade di cui si parlava sopra. Strade che trovano realizzazione piena in brani come Plastic Plant, in cui è presente tutto lo scibile dei Thee Oh Sees attuali: voce efebica, batteria e basso come protagonisti principali (e dire che la chitarra fa di tutto per rubare la scena), spazio all’improvvisazione ma sempre a livelli di guardia anti-autoreferenzialità.

Una delle tante cose belle della band in questo album è la pienezza del suono senza saturazione: ogni strumento è perfettamente distinguibile nonostante si punti, come effetto, allo sfasamento sensoriale o, come in Gelatinous Cube, si torni dalle parti degli assalti del passato. E poi, la cosa davvero grande i Thee Oh Sees la regalano in chiusura: un esempio di musica che punta ad “aprire la mente” ma colpendo il cuore. Il titolo è The Axis, zona Pink Floyd eterei, Procol Harum e Germania, fino alla liberatoria deriva chitarristica finale, graffio sul cielo garage che ancora una volta vede i Thee Oh Sees volare liberi. E grandi.

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