Recensioni

7.3

Qualcosa si muove, nell’oltremondo dei Thee Oh Sees. Qualcosa che segue dinamiche endogene, che si contorce all’interno del DNA del gruppo, di ciò che è stato finora. Come se tutte le particelle che hanno composto fino a qui quello che è il suono della band californiana – protagonista della scena garage psichedelica di quelle zone da alcuni anni a questa parte – si stessero ricomponendo in un nuovo tessuto. È forse cambiato il contesto? Certo è che lo slancio che ha mosso gente come John Dwyer, Ty Segall e Mikal Cronin (per fare tre nomi soltanto, quelli più famosi del giro) ha trovato una spinta all’etichettatura da parte della stampa, ma in direzione opposta. Più si scrive che suonano grezzi, ostinati e garage, più i tre musicisti spostano i propri limiti, diventando irrimediabilmente altro.

Con questo An Odd Entrances – gemello sin dal titolo di quell’A Weird Exits uscito pochi mesi fa e pubblicato per raccogliere fondi per un’organizzazione di sostegno ai poveri – i Thee Oh Sees proseguono un discorso in cui il garage resta ancora, ma solo come una piccola parte di quello che è un viaggio psichedelico a tutti gli effetti. Della durata di poco inferiore alla mezzora, questo mini-album, composto di sei pezzi, vede una band al massimo della forma: a parte Unwrap the Fiend, Pt. 1 (sorella di quella presente nell’album precedente), che con il suo incedere chitarristico massiccio ricorda fortemente quello che è il panzer Thee Oh Sees dal vivo, il resto del programma segue vie diverse e maggiormente free.

Si entra col coretto cosmico pinkfloydiano di You Will Find It Here (fuga trattenuta tra tastiere, corde, microassoli e riverberi) in un mondo a metà tra dolcezza e ipnosi, come se i Flaming Lips fossero tornati a farsi di punk dopo una storia d’amore particolarmente romantica. Romanticismo al centro anche nei suoni della splendida The Poem, elegia agreste lunare, frinire di effetti e tasti, voci tra il catatonico e il dimesso, arpeggi e atmosfera. Un piccolo colpo al cuore e una dimostrazione di come Dwyer sia – oltre che un terrorista sonico – anche uno degli autori che meglio è in grado di incastonare nel songwriting la parte free form. Free form che torna nella programmatica, fin da titolo, Jammed Exit, liquefarsi psych in cui la ritmica tiene in piedi un concerto di distorsioni gentili (la curiosità di ascoltarla dal vivo è tanta). At The End, On The Stairs invece vede basso, batteria e chitarra viaggiare quasi lounge (!!!), in una ninna nanna psicotica che sembra memore della lezione dei Deerhoof.

A chiudere l’ennesimo, ottimo album dei Thee Oh Sees, ormai a un passo dal ventennale, pensa il mostro finale Nervous Tech (Nah John), altra jam in cui la sezione ritmica spezzettata viene trafitta dalla perfidia acida della sei corde: siamo ad un passo dall’esercizio di stile, ma il carattere guitar-bombarolo di Dwyer salva il pezzo dalla noia. E conferma ancora una volta come la prolificità della band vada sempre di pari passo con l’aver qualcosa di bello o interessante da dire.

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