• ott
    01
    1959

Giant Steps

Riverside

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Cosa fa di Thelonious Monk Thelonious Monk? Le partiture ambigue a metà strada tra melodia e stridore; uno stile rigido e compartimentato; una creatività che non teme la sindrome del pentagramma e confeziona strumentali sublimi con una naturalezza disarmante; il fascino sottile di una musica che prima di diventare esposizione corale è sussulto in solitaria, riflessività, introspezione. C’è una discografia solista nutrita quanto necessaria a dimostrazione, quasi a sottolineare che è nella forma più scarna possibile che risiede davvero la poesia di Monk. Composizione e scrittura prima che gesto tecnico, personalità che oltrepassa l’imborghesimento istituzionale del jazz per trasformarsi in una fissità stilistica quasi immutabile e peculiare. Da Thelonious Himself – pubblicato due anni prima di Alone In San Francisco – in avanti il suono del pianista americano trova un baricentro fatto di distonie, ritmiche pacate, temi immediatamente riconoscibili. Frutto di un lavoro di cesello sulle atmosfere che è profondamente legato all’intuizione e al fraseggio più che al virtuosismo, a un pianismo che di lì fino alla morte del musicista – avvenuta nel 1982 – non cambierà quasi più.

La fine degli anni cinquanta e l’inizio dei Sessanta rappresentano per Monk il periodo più prolifico e fortunato della carriera, finalmente vissuto al centro dell’attenzione del pubblico e lontano dalle invettive aspre dei critici più restii a istituzionalizzare un sentire jazzistico così particolare. Universalmente riconosciuto come una delle personalità artistiche più eclatanti, grazie una proposta musicale slegata dai canoni estetici del tempo – il be bop, l’impegno politico, il free che verrà – e a un carattere solitario e stravagante. Una nota biografica, quest’ultima, sintetizzata perfettamente dalla musica di Alone In San Francisco, un sentire misurato, di poche parole ma al tempo stesso riconoscibile. Che lo si affronti partendo dallo “scherzo” di Blue Monk o dalla raffinatezza di Ruby My Dear poco importa: l’intimismo rarefatto e meravigliosamente “altro” messo in mostra trasforma i due brani – e lo stile che li contraddistingue – in classici, oltre che in termine di paragone per tutta la produzione a venire del Nostro. Come il resto del programma, che a vederlo accadere in quel modo così goffo tra picchettate “grossolane” e svisate – cercate un qualsiasi filmato su You Tube e capirete –, non ti spieghi come possa uscirne tutta quella poesia.

Eppure è così. Ce lo conferma Round Lights con il suo blues “svirgolettato”, lo ribadisce Pannonica a suon di scale e cambi di tono, lo sottolinea la conclusiva Reflections tra timbri variabili e malinconie che si rincorrono. Mentre BlueHawk, con il tema composto soltanto da quattro note, ci illustra brevemente pregi e difetti – pochi – della formula di Monk: immediatezza e banalizzazione delle formalità, per indagare, invece, le gradazioni di colore. Nei quarantacinque minuti del disco ci si imbatte anche in quattro riletture che non fanno che ribadire la statura artistica del pianista. Everything Happens To Me è una cover di Matt Dennis che rimpolpata con i fasti dell’improvvisazione, diventerà un evergreen dei concerti del pianista; You Took The Words Right Out Of My Heart è uno standard ripreso anche da Benny Goodman; Remember di Irving Berlin è un classico di Ella Fitzgerrald qui swingato e “espanso”; There’s Danger in your Eyes, Cherie è un brano anni ’20-’30 che Monk trasfigura e modernizza rendendolo quasi riconoscibile.

6 maggio 2009
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