Recensioni

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È il 1957 quando Thelonious Monk e John Coltrane incrociano le loro strade. Il primo viene da un periodo difficile. Dieci anni prima la Blue Note gli ha fatto firmare un contratto per poi scaricarlo una volta appurate le scarse potenzialità commerciali della sua musica. Come biasimarla del resto, visto il carattere schivo della persona e il jazz obliquo e introspettivo che la stessa propone: un sound difficilmente classificabile, poco incline a rientrare nei canoni estetici del momento – i “rivoluzionari” sembrano altri, Dizzy Gillespie e Charlie Parker in testa – e forse ancora troppo acerbo. Tanto che anche ottenere buone scritture in giro per i locali di New York  sembra impresa non da poco.

Il secondo invece  sfiora con un piede le luci della ribalta, dal momento che per un paio d’anni ha fatto parte  della scuderia di Miles Davis. Una collaborazione nata quasi per caso ma di un’importanza estrema per la crescita artistica del sassofonista della Carolina del Nord, che sfocerà in Kind Of Blue e lo convincerà ad incidere l’ imprescindibile Giant Steps. Profili agli opposti Coltrane e Monk, vulcanico il primo, ombroso il secondo, chiamati a calcare all’unisono il palcoscenico di un locale della Bowery, il Five Spot.  L’inaspettata fusione di stili e sapori ha una funzione catalizzatrice sul pianista, che trova finalmente un interlocutore dalla forte personalità, capace di trasformare le microvariazioni del suo stile in architravi solide e resistenti pur non facendo perdere loro quei toni chiaroscurali così caratteristici. Ma anche per Coltrane le cose cambiano in meglio, dal momento che lo stupore che prova davanti agli scambi atipici e strutturati di Monk lo spinge, come uno scolaretto, a prendere carta e penna per studiarli. Sei mesi la durata della scrittura al Five Spot, ma di questo storico incontro, su disco, rimangono solo le briciole.

Tre tracce, tutte a firma Thelonious Monk, raccolte su questo With John Coltrane e poco altro. Ruby, My Dearè la prima delle tre, notturna e intasata dal fumo di sigarette, col rumore dei bicchieri e il vociare della gente in sottofondo che non ci sono ma che in realtà si sentono. I tasti del pianoforte si distendono in un inseguimento di accordi che si fa cornice e nel medesimo istante colore, mentre i fraseggi del sax ribollono pacati e inarrivabili. È solo l’inizio dal momento che il bravo John non è certo tipo che si accontenta. E lo si capisce dal successivo Trinkle Tinkle, in cui il moto armonico posto in apertura si trasforma in una cavalcata fisica e spigolosa, nervosa e inarrestabile, prima tra gli svolazzi hard-bop di Coltrane, poi sui tasti di traverso di Monk e infine tra le note pressanti del basso di Wilbur Ware. Apoteosi delle distonie, dei polmoni, ma anche del pentagramma. Il terzo brano lo si ritrova invece a inaugurare il lato B ed è un tempo medio che suona quasi come una trattato di pace. Il tema di Nutty si srotola piacione e suggerisce ai musicisti di librarsi sulle ali dell’improvvisazione pur rimanendo al proprio posto, magari perdendo di vista la retta via per un attimo giusto per “slegare” la lingua e le dita sugli ottoni o cercare qualche battuta ad effetto sul pianoforte.

Il disco non finisce qui, ma la session del quartetto originale costituito da “Trane”, Monk, Ware e “Shadow” Wilson – alla batteria – sì. I rimanenti brani sono una prova  generale per dischi che verranno (i quasi dieci
minuti dell’ottimo Functional rimandano direttamente al futuro di Thelonious Himself e Alone in San Francisco), testimonianze di musicisti all’altezza ma dall’emissione completamente differente (il sax di Coleman Hawkins in Off Minor),  e versioni alternative che finiranno altrove (Epistrophy, sempre con Coltrane al sax, che troverà spazio anche in Monk’s Music).

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