Recensioni

7.4

Riuscire a mantenere inalterato il proprio stile in tanti anni di carriera, abbracciando il progresso ma non scendendovi a compromessi, è impresa che spetta solo ai grandi. Ne sa qualcosa un certo Theo Parrish, che a ben tre anni di distanza dall’uscita del suo ultimo album, Sketches, chicchetta oligarchica stampata in 150 copie di vinile il cui acquisto necessitava di un leasing, decide di deliziare anche noi poveri mortali mp3-addicted con una versione in digitale attesa quanto il terzo mistero di Fatima. Il più devoto ambasciatore della causa analogica che si abbassa ad una simil barbarie? Interpretare la cosa in questa veste non fa altro che aggiungere fascino all’aura di misterica venerazione che aleggia attorno al guru della tech-house Chicago-Detroitiana. Theo ci fa un regalo, e privo di falsa modestia lo dice senza troppi fronzoli. Col marketing, ma soprattutto con la musica. Registrato tra il suo studio di Detroit e quelli di Red Bull a Colonia e Toronto, ed arricchito di tre succulente bonus-track, l’album comprende undici “schizzi”, lampi di genio e sregolatezza che delineano il suo modo sempre più global di approcciarsi alla musica, inscenando un cross-over tra tradizione ed innovazione dai confini ed equilibri sottilmente ricamati, quanto la sua composizione in perenne evoluzione espansiva. 

Il crescente interesse rivelato dall’ex venerando del sample verso la registrazione e l’improvvisazione live è evidente fin da subito, attraverso il ricco contributo apportato all’album dalla Rotating Assembly, collettivo di super lusso di musicisti jazz, soul e afro-beat accorpato dallo stesso Theo in virtù di quest’ottica jam-oriented, con gente tipo John Douglas ai fiati, tanto per dire. Le tracce “orchestrali” sono infatti un trionfo di sperimentazioni ed esercizi di stile, mai fini a se stessi, che vanno dallo swing tutto drum e contrabbasso di Traffic con IG Culture, re del broken-beat, e Benjamin Lamar alla tromba, all’ispido groove sincopato di Untitled con i piano riffs di Larry Mizell, leggenda del jazz, fino ai vellutati 12 minuti lo-fi alla Sly Stone del tropical-synth di 360@01:29on696, con nientemeno che Dumminie Deporres alla chitarra, passando per il cantato evocativo di Hope 4 Tomorrow, feat. le suadenti voci soul di Niamh McartneyJennifer Dale & Rio HunuIn A Silent Way attualizzato ai giorni nostri.

L’atmosfera fusion prosegue come un fil rouge anche nei pezzi in solo, a partire dall’astrale strip ‘n slide jazz di Kites On Pluto ed Horizon, per evolversi nel crespo minimalismo afro-latin della granulare Thumpasaurus, senza per questo dimenticare il doveroso tributo a Detroit, con un paio di pure ed essenziali tracce da dancefloor. Dalla sporca e ghiaiosa bassline killer di Black Mist, alla percussione assassino-coitale di Wookie Nookie, per chiudere con il Gobliniano electro-techno-funk di Feel Free To Be Who You Need To Be, che annuisce al più classico urban mix di Mr De o Drexciya.

Sì, Theo “si sente libero di essere chi ha bisogno di essere”, e non ha paura a ribadirlo. Come Coltrane, la sua musica rompe i limiti delle convenzioni, esplorando territori nuovi e sonorità inaspettate. Come Sun Ra, non sfugge, ma si confronta con la tecnologia e tenta di umanizzarla, plasmando fittizie sculture sonore fatte di accordi inauditi, in cui si fondono magicamente i frammenti delle culture musicali più disparate. Oggi, come venti anni fa. Non ci sono giri di parole, Theo prende per la gola ancora una volta. E noi lo amiamo per questo.

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