Recensioni

7.3

È raro che un artista assurga al rango di leggenda, specialmente se ancora in piena attività. Ebbene, Theo Parrish è a tutti gli effetti una leggenda vivente, uno dei nomi tutelari della musica house più soulful e funky – e della musica black degli ultimi due decenni in toto. A 6 anni da American Intelligence, e dopo aver pubblicato numerosi singoli in solo e collaborativi, l’artista di stanza a Detroit delizia lo stuolo dei suoi fedelissimi con Wuddaji, nuovo album sulla propria Sound Signature.

Non ha fronzoli Theo, è diretto e viscerale come le migliori musiche emerse da Detroit negli ultimi 50 anni. Niente antipasti per calibrare il palato con calma; il menù del giorno si apre già con la portata principale e non si alleggerisce fin quando non ci si alza da tavola. Hambone Cappuccino, prima traccia dell’album, comincia in medias res e basta una manciata di secondi per essere travolti dal piglio funky dei fiati, tastiere, bassi ovattati e clap caldi e avvolgenti.

Di house si tratta, ma è pur sempre house alla Parrish-maniera. Parliamo di brani dal minutaggio elevato anche per gli standard del genere – tre episodi superano i 10 minuti e si scende sotto ai 6 solo in due casi – che si dipanano lentamente, rivelando sapienti chiaroscuri melodici sullo sfondo pulsante onnipresente delle drum machine. È proprio il lavoro sulle drums a svettare in Wuddaji, album all’insegna di una house eterodossa, svincolata dall’obbligo della cassa in quattro e proiettata verso l’irrequietezza di sincopi e break di matrice jazz e funk. Nell’era delle glassature patinate, la musica di Theo Parrish rimane riconoscibile per una certa ruvidezza, che non ha niente a che spartire con nostalgismi lo-fi, ma si configura invece come un recupero della dimensione più viscerale e raw delle musiche facenti perno sul ritmo.

Se di approccio sperimentale all’house si può parlare, esso è da intendersi nell’aria intossicante da live music e improvvisazione piuttosto che di (post)produzione meticolosa e ore interminabili a smanettare con hardware e software. Ai pattern di drums sincopati e irrequieti – la swingata sexy e raw di Radar Detector, potenziale arma segreta nelle mani dei giusti dj, o la title track morbidamente jazzata che getta un ponte con la scena londinese di questi ultimi anni – si accompagnano un’attitudine tanto jazz nella coralità di fondo che impregna l’album, quanto funk nel riallacciarsi al piglio più groovoso del retaggio house del midwest. Ma Wuddaji è soprattutto deep. Entra nelle viscere con le sue percussioni brulicanti di vita e le sue melodie che si lasciano dietro un alone inebriante che richiama alla memoria la lunga e gloriosa tradizione black americana.

È una porta aperta che si affaccia sulla Storia, la traccia più atipica e affascinante del lotto, la gaudente e ipnotica Hennyweed Buckdance, il cui titolo fa riferimento alla buck dance, danza afroamericana a base di passi su punta e tallone diffusasi nel sud degli USA durante la schiavitù. Ma è una rampa di partenza per la (ri)scoperta storica anche e soprattutto l’artwork di copertina, che presenta la topografia di di Idlewild, resort fondato nel Michigan occidentale nel 1912 ed eletto dalle comunità afroamericane a luogo di riposo, aggregazione ed evasione dalle dure condizioni della vita quotidiana nell’America della segregazione razziale. Nonostante il Civil Rights Act del 1964 abbia portato alla creazione di altri centri vacanzieri per le comunità afroamericane, Theo nelle note di copertina ci informa che “Idlewild is alive and well. Idlewilders are co-reating a new narrative, while preserving the historical and cultural authenticity, to regenerate the social and economic growth of the Idlewild community”. Come Idlewild, anche Theo Parrish è vivo e vegeto, alfiere della più genuina e autentica tradizione house americana, pregna di quella vividezza che attraversa trasversalmente l’intero spettro delle musiche black sue progenitrici. Theo ci offre sollievo nel senso più trascendentale del termine.

Impossibile non essere smossi da This is for you (singolo che aveva anticipato l’album), inno alla popolazione afroamericana – e ci piace leggerlo come un atto di comunione estesa a tutta la ‘nation of house music’ – la risposta di Parrish al Marvin Gaye di What’s going on. Dieci minuti in cui lo scorrere del tempo è sospeso e si viene cullati dalle note dolenti e incisive del breve e azzecatissimo loop melodico, mentre le percussioni si stratificano impercettibilmente. ‘Uplifting’, direbbero i nostri colleghi anglofoni. Stesso discorso per la conclusiva Knew better do better, saliscendi jazzato dalle percussioni ora più dritte ora più spezzate, forse il brano più emblematico dell’album per la dimensione organica e di dialogo fra ogni elemento.

Gli unici due nei di un album altrimenti impeccabile sono i due workout ritmici serrati e minimali (Purple Angry Birds e All Your Boys are Biters) che, se da un lato omaggiano la tradizione del puro ritmo come musica, dall’altro risultano alla lunga indigesti nel loro oltranzismo percussivo. Giocando al citazionismo discografico parrishiano, i brani di Wuddaji sono altrettante Sound Sculptures che vi trasporteranno in Parallel Dimensions. Immergetivici e lasciatevi cullare dal maestro.

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