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7.2

Com’è che cantava quel grande poeta italiano? Primavera non bussa lei entra sicura? I giorni di rinascite ambientali e calore morbido sembrano essere arrivati quasi come una nota stonata in questi bui tempi di pandemia e paura. Ma sicuri e penetranti arrivano anche gli ascolti dei dischi, non tutti è ovvio. Ma quello di Theo Taddei, un esordio importante, è una primavera solida e incontestabile. Il debutto solista del musicista fiorentino, in passato componente delle band TooMuchBlond, Le Furie e Aquarama, stupisce non tanto per l’ottima fattura sonora, per le trame strumentali ricercate quanto per l’impatto di immediato candore che genera il primo ascolto.

Non è cosa semplice narrare e suonare il proprio passato, le sensazioni lontane di nostalgia che solo noi possiamo ancora sentire sotto al naso o immaginare nella nostra fantasia; è complicato arrivare agli altri con una capacità descrittiva, ambientale e sensoriale che possa ricreare, anche solo in parte, un ricordo che viviamo nel nostro memoriale di famiglia. Taddei riesce nell’opera di fascinazione e racconto, la dove – in un disco – l’oralità della narrazione non è possibile se non in forma cantata, per giunta versata più all’immaginazione che al pedissequo descrivere. Come ha spiegato Taddei, che è anche artista visivo, “In copertina c’è uno dei miei disegni: un paesaggio montuoso fatto soltanto di cipressi e rispettive ombre, che trasmettono la definizione delle colline attraverso la percezione della profondità. È quello che ho cercato di fare anche nel disco: sistemare ogni dettaglio in un contesto più vasto”. Ma non solo: la ricerca musicale operata dal fiorentino sottintende una conoscenza perlopiù emotiva ed epidermica dei file recordings, un amore smisurato per i suoni e i profumi della campagna, quella toscana, simbolo qui del rifugio casalingo e affettivo per eccellenza. La casa di Theo Taddei è dentro LOTO, suonato praticamente nella sua interezza dall’uomo che vi vive dentro: partendo dalla batteria – strumento d’elezione del musicista – si aggiungono chitarre, basso, pianoforte, tastiere fino all’entrata quasi sacrale della voce, tenuta volutamente bassa nel mix, come se fosse sussurrata a se stesso con l’auspicio di risultare universale.

Tra alt folk, indie pop e morbida psichedelia, i sette brani del disco si muovono liberamente come cicale di notte senza mai farsi vedere: con l’inizio affidato a XIX, un cantico imperioso, fra tamburi in corteo ed esplosioni rock, si apre il cammino di LOTO, sulla cui strada ci si imbatte nel mantra mnemonico di Fantasia, una liquidità tanto onirica quanto terrena, dove gli elementi naturali sembrano intrecciarsi alle note poggiando sul cantato organico e primitivo di Taddei; giocare a Nascondino, brano strumentale bellissimo e commovente, sembra un desiderio condiviso. C’è l’anima latina di Battisti e Mogol, l’esotismo affidato all’elegante trombone, la cavalcata caleidoscopica di accordi e tastiere. A volte la grazia e l’intelligenza musicale di un artista risiedono nei dettagli, nei cambi di armonia velocissimi, nella scelta di non aggiungere parole. Siamo proprio qui, mentre il folk dialoga maturo con i fiati, mentre la strumentalità più pura – come avviene in Nonni – sembra rincorrere ricordi lontani, Aria sposa aperture e separazioni ora sintetiche ora geologiche con le voci a cappella che rendono tutto venerabile, nel mezzo della natura ormai assunta a divinità pura e semplice. Con la sua ritmica multiforme e funzionale alle molte variazioni con cui l’artista toscano ha dato corpo e anima ai brani, l’ascolto si conclude nel ritorno ieratico a una carica quasi acida di fisicità e sintesi, pronto a rimodellare i codici linguistici del rapporto con l’ordine universale. Perché alla fine LOTO è soprattutto questo, una lettera d’amore alla natura, che non vive più attorno a noi ma si ramifica nei corpi, mette radici nel cuore dell’uomo. Come l’adombrarsi della primavera quando precipita sulla terra viva.

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