• Giu
    17
    2013

Album

Pias

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“Hello, I thought I’d write an email about the new album. It is called Field of Reeds.The music speaks for itself more than any other we’ve done before”.

Ecco, non è vero. È un falso mito, quello messo in campo da Jack Barnett. Non il primo inventato dai These New Puritans. Ma il mito più grosso non è esterno, ma interno, è il mito di sé che i TNPS continuano a volersi cucire addosso. Di nuovo, c’è continuo bisogno di spiegazioni, di argomentare perché l’ambizione è compiuta e ci regala quel presunto capolavoro di cui facciamo fatica ad accorgerci.

Secondo la teoria dei mondi possibili, una storia, un testo, fornisce solo alcuni dettagli di un mondo immaginario, mentre tutto il resto ce lo mettiamo noi, riempiendolo della nostra quotidianità di lettori. Detto più semplice, ci facciamo assorbire da un racconto e lo aiutiamo a funzionare, ma senza che si senta il meccanismo in azione. In Field Of Reeds spesso non ci si sente trasportati, si percepiscono anzi tutti i dispositivi che ci dovrebbero trasportare, gli ingranaggi in movimento. Quando questa cosa non è tenuta in considerazione, o c’è ingenuità, o tracotanza. La pesantezza del disco, del far sentire la concettualità del trasporto, può dipendere da indifferenza verso l’allineamento con il pubblico: un palcoscenico dove i TNPS stanno di spalle; di fatto, che ci sia o meno qualcuno a sentirli, l’importante è che ci sia il palcoscenico.

Il mondo possibile è raccontato con tutti i particolari. André De Ridder, a Berlino, ha seguito e diretto l’orchestra. Barnett ha co-prodotto con Graham Sutton, come Hidden. Si fa il pieno di musicisti di tutto rispetto, orchestrati con piglio classico, più che contemporaneo. C’è persino la falchetta Shiloh – una vera predatrice, ci dice Barnett – e le sue ali registrate.

Fragment Two è tanto efficace nel condurre su una strada difficile l’accessibilità pop quanto The Light In Your Name auto-indulge nel voler sottolineare un talento nel comporre, distribuire differenziali di pathos, accasciare in maniera eclatante temi su innovazioni. Poi, arriva una Spiral semplicemente noiosa, e i limiti di chi non sempre trova capacità di sintesi, e finisce per indulgere come David Sylvian, e non di fare il proprio mestiere con naturalezza come Robert Wyatt (Field of Reeds). In definitiva, Jack Barnett ci sembra solo, nonostante un network di persone costruito a pennello, e raccontato altrettanto bene.

Il finale di V (Island Song), dopo l’insistenza del tema centrale nel brano, è prova tangibile di quel talento nel plasmare uno stato d’animo interno alla musica, e non al discorso su di essa. Una prova della capacità di toccare: messi in mano a qualcun altro, questi strumenti (in senso lato) avrebbero prodotto un rischio pacchianata difficilmente arginabile.

Fosse meno tronfio, James Barnett, ci lasceremmo più andare e chissà forse ci sarebbe sembrato un capolavoro, o quantomeno un gran disco. Eppure non possiamo, perché – come dice qualcuno – al di là della messa in scena delle stranezze del proprio carattere – è dentro il testo che cerchiamo salvezza.

30 Maggio 2013
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