Recensioni

Thomas Köner ha la profonda capacità di intercettare il battito dei paesaggi. Reali o immaginari che siano, riesce a tradurne l’essenza attraverso un estremo riduzionismo, sottile e affascinante. Ne sono esempi perfetti i suoi classici, che hanno fatto scuola (Teimo e Permafrost), come anche le gelide folate sui frammenti post-nucleari di Nvalia Zemlya e le tensioni neoclassiche di Tiento De Las Nieves e Tiento De la Luz. Il nuovo Motus declina la visione isolazionista di cui è maestro indiscusso in stratificazioni di synth analogici, costruendo un suono scuro, granuloso e pulsante, arricchito con concetti minimal techno.
Ma Köner pone anche una questione politica domandandosi in quale pista da ballo potrebbe essere apprezzata l’essenza di un lavoro come Motus. Sicuramente sarebbe un luogo funzionale ad ascoltare la reale pulsazione del tempo (interiore ed esteriore) libera dal comune concetto di ritmo, e nel quale sovvertire le tecniche di alienazione sociale fatte di consumismo e di percezioni aumentate artificialmente. Perché la polisemia del titolo indica movimento, ma anche rivolta, e il disco degrada i battiti in astrazioni spingendoli a evaporare in dilatazioni ambientali. Un antagonismo sonoro verso le sovrastrutture che si smuove al suo interno con un abile gioco di trasparenze, riverberando all’esterno un minimale andamento drone. E interroga l’ascoltatore con domande non facili sul senso dell’esplorazione e della creatività.
Pur non raggiungendo le vette dei momenti più alti di Köner, Motus è un lavoro molto interessante che coinvolge con la sua profondità di ragionamento, restituendo l’immagine di un habitat capace di conciliare le attitudini esistenziali con la contemporaneità e la natura.
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