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Ai tempi del suo primo EP Blood And Sand (2017), complice l’associazione al collettivo/etichetta di Oakland Club Chai, veniva quasi spontaneo associare la musica di Zeynab Marwan, in arte Thoom, al filone deconstructed/post-club: le indomite, mitraglianti percussioni unite a un latente spirito di rivolta; il flirt con ritmiche global unito a una pressoché totale ritrosia a rendere il tutto quel pizzico più ballabile; le ostiche derive noise nella produzione unite a un “programma” di affermazione identitaria ispirato ai suoni e ai luoghi della sua Beirut.

Eppure negli anni a venire, anni che l’hanno vista trasferirsi prima a Chicago e poi a Berlino, Thoom ha mantenuto un profilo ben più ambiguo, lasciando intravedere un processo di metamorfosi sonora capace di sfuggire a facili categorizzazioni. Se nel video di حركت السكوت (No Speech) (2017) si scatenava davanti al Monumento alla Pace di Yarze accompagnata da percussioni ispirate alla musica tradizionale araba, nel video della sua collaborazione con Scim, Spit, Swallow (2017), si aggirava per le strade di Chicago tra belati, field recordings e trame industrial. Due anni dopo scorticava My World My Way di E-Saggila con un’interpretazione urlata in stile hardcore (Alia), mentre nel video di Wound As Pocket sfogava la sua vena techno tra assordanti kick drums e le macerie di un sito di demolizione.

Pork, il suo debutto di appena trenta minuti per l’etichetta Career Whore da lei fondata, prosegue il depistaggio, presentandoci un sound che, nel complesso, non potrebbe essere più distante dalla hard techno del singolo Left Hand Crane uscito a inizio 2020 o delle sue produzioni hip-hop di quest’anno a nome Khadjie per il rapper giordano Lil Asaf. In Pork Thoom si riscopre interprete espressionista, sound designer di scuola rumorista e, probabilmente senza volerlo, “archivista” del genere industrial d’epoca post-punk. Se i ronzii circolari e le invettive multi-channel dell’apripista It’s Going To be Ablaze finiscono per ricordarmi, fin da subito, l’opprimente teatralità dell’iconico brano dei Throbbing Gristle, Hamburger Lady (1978), l’oscillare tra ritmi tribali e piangenti interpretazioni vocali di Eat To Taste mi riporta alla Danielle Dax visionaria di Pop-Eyes (1983). Due lati piuttosto diversi del post-punk, senza dubbio, ma entrambi profondamente inquieti e uniti da una fascinazione per il decadimento in molte delle sue forme (fisico, psichico, morale).

Complice una sorprendente duttilità vocale, in soli nove brani Thoom riesce a trasformarsi in almeno una decina di personaggi, tra cui spiccano la suadente femme fatale di Shaytan (“diavolo” in arabo), l’imperturbabile presenza sciamanica di Sound of a Heavy Stone e la disperata protagonista di Kitabi, una disarmante supplica che da controllata si trasforma in caotica senza perdere in solennità. Considerato l’abbondare di meste chitarre ed evocativi loop d’ambientazione (una commovente Re-Trace con qualche macchia di rumore di troppo), in Pork l’associazione tra il progetto Thoom e il club inizia a vacillare, e non è un male: lontano dal club, Thoom sembra aver raggiunto il cuore delle proprie fonti d’ispirazione.

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