Recensioni

7.3

Si potrebbe riaprire l’infinito casus belli della “morte del (math)rock” parlando dell’album numero cinque (e mezzo) del trio italiano. Riproposizione di uno standard ormai storicizzato o necessità di sorprendenti svolte a gomito? Nessuna delle due ed entrambe, perché nel caso dei bolognesi Three Second Kiss la classe non è mai stata acqua e i tempi geologici che Sergio Carlini, Massimo Mosca e Sasha Tilotta mettono tra una uscita e l’altra – ne sono già passati quattro di anni da Long Distance, per dire – stanno a significare riflessione e approfondimento, lavoro incessante sulla propria materia musicale e continuità. E così se per incensare l’album precedente ne parlavamo come dei nuovi Shellac, non per paragonare i tre al trio americano, quanto per dimostrarne coerenza e spessore, ora ci ritroviamo nel mezzo del guado.

I TSK sono quelli che conoscevamo: nervosi, mathematici, accesi dal sacro fuoco dell’irrequietezza e della spigolosità, ma questa volta sono anche altro. Più ragionati, a volte melodici, si direbbe, di sicuro meno irruenti e affilati, specie nelle timbriche delle chitarre di Carlini (che c'entri l'esordio in solo con Jowjo?). Sempre alla ricerca di una quadratura ormai nota tra pancia e cervello, tensione e rilascio, ma che stavolta tende verso lande più evocative e meno dirette. Arzigogoli e melodie che si rifrangono e ricompongono appoggiati su una sezione ritmica mai come ora all’unisono, con connaturate tracce di un qualcosa di sognante e romantico.

L’opener Caterpillar Tracks Haircut con quell’organo che più datato e fuori fase non si può, mette già sull’avviso: gli intarsi chitarristici e l’indolenza vocale di The Sky Is Mine a far da presagio al crescendo tempestoso della parte centrale o le tessiture a incastro dei migliori June Of 44 rese sotto la lente dell’indolenza, prima, e della cavalcata tempestosa, poi (A Catastrophe Outside), la sad-mathy-song In Winter, The Sun Shines Over The Bridge, sono alcuni esempi di un lavoro prezioso e elaboratissimo. Che sceglie la via della ricerca e mai si adagia sul già fatto ma allunga lo sguardo verso nuove modalità.

La “convocazione” per l’ATP festival di fine mese non è che l’ennesima dimostrazione di una stima guadagnata senza sbandierare nulla, a parte la propria classe.

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