Recensioni

6.9

Stephen Bruner cresce come artista a sé, lasciandosi alle spalle un debutto che non avevamo potuto non bastonare per la semplice ritagliorama di produzioni funk’n’fusion che era, una cosa senza pepe, senza guizzi, addirittura senza neppure sfoggio di expertise. La base è la stessa, (electro)funk-soul ’80, l’area di riferimento ovviamente pure (siamo sullo stesso scaffale di FlyLo, Badu, Sa-Ra ecc.), ma qui c’è molta meno tentazione jazz sbandierata e tanta più cantabilità pop, meno brandelli di – wannabe – prog black e 2.0 e più linearità espositiva. Meno esercizi produttivi buttati un po’ lì e tante più canzoni costruite con criterio insomma.

E finalmente, se anche gli strumentali (The Life Acquatic, Seven) e le jam (Lotus and the Jondy, ottima) sono più stringati, più compiuti (esemplare Tron Song, coi suoi saliscendi baduani e la ritmica wonky lotusiana) e soprattutto più funzionali alla scaletta. E se ci sono tanti ottimi pezzi che non sono altro che l’ennesimo esempio di come la generazione di artisti black nati a cavallo tra anni Settanta e Ottanta abbia assimilato e fatto propria la musica che sentiva in culla o in tinello, Prince come sempre sopra tutti.

Doverosa la dedica allo scomparso Austin Peralta (A Message for Austin / Praise the Lord / Enter the Void), con quel taglio tutto americano dei tributi (vedere, per esempio, quello che aveva confezionato Georgia Anne Muldrow per Michael Jackson), tra sincerità e paillettes, commozione e kitsch.

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