Recensioni

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Sin dai tempi di Winner’s Blues, apertura di Experimental Jet Set, Trash & No Star, o dall’insospettata traduzione di Superstardei Carpenters (entrambe risalenti all’anno di grazia 1994), l’ abito
acustico in fondo l’avevamo sempre visto bene indosso alle canzoni di
Thurston. Quel senso spiccato ed elementare della melodia, retto su
progressioni di accordi, figure ed intrecci per accordature aperte, è
stato l’asso nella manica delle songs – per forza di cose elettriche –
che ha regalato ai Sonic Youth recenti, da A Thousand Leaves all’apice pop di Rather Ripped.
A coloro che hanno saputo cogliere ed apprezzare tutto ciò, oggi questo
ragazzone di 49 anni fa il più bello dei regali. Undici canzoni – la
dodicesima fa storia a sé (una cartolina dal passato, un esperimento
dadaista parlato risalente ai suoi tredici anni) – suonate in
prevalenza sulla sua chitarra folk, concepite, cullate e coccolate con
cura in una dimensione il più possibile casalinga ed intima.

Facile
pensare che il regalo soprattutto Thurston l’abbia fatto a se stesso,
concedendosi sfizi che, immaginiamo, stavano lì ad aspettare da un po’:
duettare con la voce celestiale di Christina Carter in Honest James,
avvalersi all’occorrenza della solista cafona di J. Mascis – peraltro
titolare dello studio in cui è stato registrato il tutto, ovvero la
soffitta della sua casa ad Amherst -, fare intessere i suoi drones dal
violino ancestrale di Samara Lubelski, perfino
suonare il basso in tutte le tracce; la presenza di John Agnello al
mixer e dell’immancabile Steve Shelley dietro i tamburi poi è il
presupposto necessario per mantenere l’aria rilassata e familiare.

Non è un disco perfetto, Trees Outside The Academy, per quanto il concetto di “folk sonico” sia indicibilmente intrigante e, in molte di queste canzoni – su tutte Frozen Guitar, Fri/End, Never Light-, riesce a materializzarsi, dispensando generosamente suggestioni
talvolta preziose (vedi la title track, strumentale eponimo che
bisbiglia all’orecchio lontane discendenze concettuali con la Bryter Layterdi Drake – se concedete una buona dose di immaginazione a chi scrive);
questo album è piuttosto lo specchio in cui l’artista oggi vuole
vedersi riflesso. Diverso sì, ma non troppo, e le scosse elettriche,
gli inserti noise, i ghiribizzi avant e infilati qua e là (American Coffin, Wonderful Witches, Free Noise Amongst Friends) stanno a dimostrarlo. Più che un capriccio, un’esigenza. A cui partecipare con gusto, se vi va.

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