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Il nuovo film di Tim Burton è insipido. Sa troppo poco di Tim Burton e troppo di mamma Disney. L’universo carrolliano potenzialmente infinito non viene percorso in profondità: dopo la caduta nella tana del Bianconiglio, ci si attesta su una scelta di comodo piena di spunti, ma priva di slanci effettivi che vadano a percorrere e sviluppare una delle funamboliche e pazze possibilità offerte dall’universo del romanzo.

Da Tim Burton mi sarei aspettato un riadattamento mo’ di American McGee’s Alice, videogame che ha saputo conferire a pieno al ritorno adolescenziale di Alice (Mia Wasikowska) nella terra incantata sfumature gotiche, plasmare felini incubi anoressici, lepidotteri narcolettici e beniamine con tanto di benzodiazepine e mannaia. Freaks veri. Invece. Servono a ben poco le intuizioni visise, le raffinatezze con cui vengono cesellate le scenografie in computer grafica, i costumi ed il trucco di una grossa masquerada di corte che ricorda le caricature di strada o i più gaudenti effetti cazzari da Photoshop. Burton gioca con il corpus carrolliano, compie un salto triplo letterario tra i romanzi con la beniamina dal capello sauro, e fino a questo punto si lamenterebbero solo i talebani della filologia romanza. Poco importa.

La cosa che proprio non si può digerire è l’inspiegabile virata fantasy. Potrei capire se il testo di partenza fosse povero. Ma è il Paese delle meraviglie! Stiamo parlando di una cosmogonia. Chi se ne frega dei draghi, dei paladini, delle spade e delle armature, quelle lasciamole agli ortodossi di Tolkien, ai ciccioni panzoni dei tornei di D&D che si eccitano con gli item dei loro elfi silvani. Invece il sentore evidente è che la signora Linda Woolverton, già sceneggiatrice di alcuni must disneyani come La Bella e la Bestia (1991) e Il re Leone (1994), abbia consegnato un copione blindato che ammicca a La Bussola d’oro (P. Pullman, 1995) con la sua galoppata urside – e già si dovrebbe cercare di capire perché mai rievocare anche lontanamente uno dei più grossi flop del cinema recente – e i vari Narnia di C.S. Lewis, che per l’appunto con Carroll ha solo il Lewis in comune.

Non solo si attinge ad un universo completante differente, ad un bacino semantico che con quello lisergico di Carroll non ha niente in comune, ma si scelgono anche gli stereotipi più scontati ed esautorati della scuola di Propp applicata alla deriva del mythos in veste fantasy: la lotta tra consanguinei per il trono con tanto di profezia, l’aiutante e l’oggetto magico, il dragone sigfridiano. La follia che diventava genio anarchico di matrice nietzchiana per Carroll, l’azzeramento dell’intelletto e il cedimento al fascino illogico della volontà primigenia, qui si vestono di un’inutilissima quanto fiacca verve che fanno del Cappellaio (l’istrionico Johnny Depp) un crociato e che sembrerebbe autorizzare la pericolosa triangolazione sillogistica in cui la follia diventa termine medio tra genialità e melanconia. Perché «i migliori sono sempre matti» come diceva il papà di Alice e perché la melanconia dell’uomo di genio aristotelica sembra il tratto saliente della personalità del cappellaio e degli altri protorivoluzionari.

Ma la pazzia che ne deriva è una schizofrenia compulsiva che impedisce al film di essere sottoscritto ad un universo di riferimento e ad Alice di riconoscersi e di essere riconosciuta come tale. E le cose non sembrano di certo migliorare nel finale con lo slancio brianzolo da giovane imprenditrice, che fanno della nostra beniamina prima una Giovanna d’Arco in difesa dello status-quo, poi una femminista ante-litteram e una socia onoraria di Confindustria. Come in una vecchia canzone: «Alice non abita più qui».

Una schizofrenia che modella il film in continuazione senza interruzione e senza meta, vittima di un’ossessiva bulimia di pozioni astringenti e biscottini nandrolonici che se sottolineano alcune piacevoli parentesi come la sequenza della scacchiera, non evitano interminabili parentesi trash come quella d’appendice della deliranza (forse il punto più basso del cinema di Burton e Depp), che vezzeggiano sulle partiture orchestrali di Danny Elfman (garanzia di casa Burton) per tutto il film per poi chiudere con Avril Lavigne.

Nonostante l’esergo da giovane forzista in odore di quote rosa, il vero protagonista morale del film è il Cappellaio Depp che Burton ricalca mo’ di cartoon vivente dal suo Beetlejuice (1988). Spartaco di una clinica a cielo aperto, il melanconico malpelo guida la rivolta di umiliati e offesi contro la Regina Rossa (Helena Bonham Carter), irresistibile Villain della storia. L’outsider è la acida e deforme sorella maggiore dell’ebete e accidiosa Regina Bianca (Anne Hathaway) per movenze controfigura fiabesca della Norma Desmond di Wilder, per atteggiamenti figalessa pleistocenica dal trucco dark cadaverico. Qui lo dico e qui lo nego: a questo punto avrei preferito vedere un’Alice del genio inconcludente di Terry Gilliam, perché se non altro la lente psichedelica, i funghi allucinogeni, gli oppiacei ci sarebbero stati. Eccome. E non avremmo necessitato di una stereoscopia tra l’altro pleonastica per il 70% del film, ormai semplice ammennicolo commerciale.

11 Marzo 2010
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