Recensioni

“I dolci non hanno bisogno di significato”
La favola gotica e grottesca di Tim Burtondiverte e fa riflettere. Calato nell’immaginario burtoniano, il classico per bambini di Roald Dahl Charlie And The Chocolate Factorydiventa un pretesto per ironizzare, con sarcasmo, su un mondo per adulti e bambini ormai ampiamente standardizzato, i cui cliché fanno da motivi conduttori del racconto, mostrando la mancanza di fantasia e di innocenza in cui siamo ormai condannati a vivere.
Willy Wonka(Johnny Depp), il re del cioccolato che indice un concorso mondiale per trovare cinque bambini che visiteranno, per un giorno, la sua immaginifica fabbrica, è in realtà alla ricerca di un erede che prosegua il suo lavoro. E lo troverà infine in Charlie Bucket, ragazzino povero, che vive con genitori e nonni in una casa modestissima della periferia londinese, in un contornodickensianodi buoni sentimenti e dignità estrema. Al mondo colorato e fantastico della fabbrica si contrappone la casa di Charlie, sbilenca, scura, in un paesaggio espressionistico, ricoperto di neve (elemento poeticamente evocativo), reso da un sapiente uso di ombre e luci.
La visita dei bambini e dei loro parenti alla fabbrica scatena la vena surreale e insieme sadica del regista, tra scenografie coloratissime e giochi di luce iperrealistici e vividi, che rendono l’inquietudine degli ambienti, in un caleidoscopio di giochi, citazioni e rimandi, con toni sia comici che drammatici. Gli operai della fabbrica, i piccoliOompa-Loompa, tutti interpretati dallo stesso attore (Deep Roy, moltiplicato elettronicamente) danno la possibilità di passare attraverso una serie di bizzarri numeri (purtroppo doppiati) cantati e coreografati, su musiche di Danny Elfman; si passa da citazioni acquatiche alla Ester Williams, ai Beatles, al trash glam metal, al musical hollywoodiano anni ’50, mentre si compie, con lo sguardo compiacente del regista e di Wonka, la nemesi nei confronti dei bambini che stanno per essere eliminati. L’infanzia e il mondo adulto ne escono a pezzi: viziata, consumistica, egoista e arrivista è la società dei consumi di grandi e piccoli.
Willy Wonka sceglierà alla fine il bambino “meno fastidioso” e senza apparenti difetti, che ama la sua famiglia e comprende il valore dei legami affettivi, e che lo farà riflettere sulla sua vita di solitudine e mancanza di calore umano. Un finale consolatorio.
Il Wonka di Johhny Depp è un bambino mai cresciuto (che rimanda a Edward mani di forbice e prosegue le tematiche padre-figlio già espresse in Big Fish), ma ormai disilluso e cinico, inquietante e dissacratore; è il diverso, il freakburtoniano (ogni bambino rappresentato nel film lo è, d’altra parte, anche il Charlie poverissimo), il ragazzino scappato di casa anni prima per inseguire il suo sogno, contro la volontà del padre (un terrificante Christopher Lee, che vediamo raccontato nei flashbacks).
Numerose le citazioni presenti nel film: dalla fantascienza di Kubrick rivisitata a mo’ di omaggio-dissacrazione (il ritrovamento del monolite, che qui diventa barretta di cioccolato), al Mago di Oz, a Psycho nella scena della doccia, alle autocitazioni, alla televisione che tutto omogeneizza (inglobando in sé il bambino tecnologizzato, in una delle invenzioni di Wonka, occasione per ironizzare sulla società dello spettacolo), in un rimando continuo al sottotesto che si svolge parallelamente alla trama principale (usata per raccontare altro), dando una sensazione di inquietudine e di instabilità, una delle cifre stilistiche di Burton.
Un film da non perdere, aspettando La Sposa cadavere, prossimamente sui nostri schermi.
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