Recensioni

6.8

A un anno da Konoyo (il mondo da queste parti in giapponese), Tim Hecker ritorna con il suo companion piece Anoyo (il mondo laggiù) avvalendosi dello stesso ensemble di musica tradizionale gagaku (il Tokyo Gakuso) e del contributo della sodale Kara-Lis Coverdale. Le session del resto sono le stesse, ma se il bello della precedente prova (come di quelle più significative prodotte dal Nostro) consisteva in una narrazione suggerita a livello di fascinazioni e metodo di lavoro ma mai rivelata davvero, fissata com’era su una irraggiungibile, luminescente, grana elettronica, qui al contrario molto, troppo, è spiegato letteralmente e musicalmente, il che toglie molti di quei ricami che siamo soliti fare quando parliamo di un’opera del blasonato musicista.

Troviamo il producer a metterci l’ambient e i droni e i musicisti giapponesi a suonare tamburi, flauti e strumenti a corda seguendo la proverbiale scala pentatonica, la Yo che, sempre traducendo dal giapponese, significa “mondo”. Più che “l’eterno ritorno” suggerito dalla nota stampa, è una misurata e finanche circospetta sovrapposizione quella che ascoltiamo in queste sei composizioni della durata di 35 minuti, tanto che la parte più interessante è quella ricoperta dai soli droni (Step Away From Konoyo).

Anoyo non è proprio una new age per millennial o roba da dare in pasto a qualche board di 4chan – definizioni che lasciamo volentieri ai troll – ma qualcosa tacciabile di orientalismo, quello sì, uno scatto Instagram fatto con la macchina fotografica professionale, col fascino spesso “in chiaro” delle progressioni in accelerazione di tanta musica tradizionale nipponica (Not Alone), i nastri al contrario, i synth analogici e gli sfarfallii digitali che ci siamo ormai abituati ad ascoltare anche da gente come Visible Cloaks e co. (That World). È come ascoltare «templi fotografati all’alba e movimento di stoffe di seta strappate che ondeggiano tra le volte e le travi di antichi luoghi di culto», leggiamo sempre nella press, ed è grossomodo questo: musica che si abbina fin troppo bene alla descrizione, ad uno specifico paesaggio. È un Hecker insolitamente comunicativo, impressionistico, affatto concettuale questo, che piacerà a un pubblico più ampio e vario, magari quello fermo all’ambient di Brian Eno che finalmente ne apprezzerà appieno un lavoro appunto, perché in questa cartolina spedita da un futuro passato non c’è traccia di noise o di complicazioni/stratificazioni di sorta, a mancare è quella meticolosa ibridazione tra analogico e digitale, la sublimazione del tutto.

È un EP che lascia per il momento cattedrali, monoliti e glifi sonori da una parte, per una costruzione più orizzontale, da lento piano sequenza con la telecamera montata sul binario (You Never Were con tanto di synth analogico ben in chiaro sul finale) e va bene anche così, è giusto non pretendere troppo da un lavoro che non è quello maestro, quello c’è già stato. Del resto infilare questi brani tra i più significativi dell’opera precedente rappresenterà senz’altro materia funzionale al live, show che Hecker ha pensato proprio con un ensemble in carne e ossa. E tutto torna.

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