• Feb
    01
    2011

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Kranky

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La foto in bianco e nero che emerge dalla copertina del nuovo disco di Tim Hecker ferma un attimo preciso, quello in cui l’analogico cede il passo al digitale e l’atto stesso di gettare il pianoforte dal tetto di un edificio si cristallizza filosoficamente come un addio eterno al suono che fu. L’ultima volta che una foto in bianco e nero è apparsa su un disco di Tim Hecker, vivevamo i tempi di Radio Amor e dello scatto romantico di un pescatore aggrappato acrobaticamente tra le funi e le vele di una imbarcazione in mare aperto.

Questione di fascinazione per gli equilibri precari, che sono il focus perenne delle geometrie sonore del musicista di Vancouver, eppure è proprio dai tempi di Radio Amor che la sua musica, pur all’interno di un progresso costante sul piano della forma, non riusciva al tempo stesso a trovare un concept altrettanto denso, capace di reggere architetture sempre più alienate e virtuose.

Sarà la chiesa a Reykjavik in cui è stato registrato, le parti d'organo registrate dal vivo in un giorno di session, eppure il terzo album di Tim Hecker per Kranky non è quella voragine nera che, titoli delle tracce, liner note e copertina paventavano.

Al pastoralismo del predecessore An Imaginary Country, il canadese sostituisce un gioco di vetrate e sprazzi luminosi, osservando il gotico nei contrasti di luce e tenebra. Più che un requiem per il pianoforte raffigurato nella cover, è come se le ceneri di Vangelis, Pink Floyd e Bach venissero gettate in mare (o dalla palazzina). La maniera del “noise non-noise” dagli effetti cosmici, inaugurata all’altezza di Harmony In Ultraviolet, con Hecker che si toglieva di dosso le scaglie dell’ambient tout-court o per lo meno di quel tipico suono mid nineties che fece la fortuna di etichette come Mille Plateaux e Staaplaat, con Ravedeath, 1972 subisce, se possibile, uno scarto ulteriore.

Lavoro fortemente spirituale dove trascendenza, forza wagneriana e dialoghi con la cosmica tedesca (Irrlicht di Klaus Schulze sembra espressamente citato in In The Fog II) s'intrecciano in spirali ascendenti (Studio Suicide, 1980). La varietà dell'indagine (l'organo di marmo della terna In The Fog e del dittico Hatred Of Music s'avvicenda incantevolemente ai droni celestiali, al piano eno-iano e ai cluster di noise della trilogia In The Air, forse il picco del disco), il fantastico riverbero ottenuto nella location d'eccezione, nonché l'ottimo contributo e engineering di Ben Frost, che più di qualche idea di mastering sembra averla presa dal suo primo disco, Steel Wound (si senta la densità fumosa dei corridoi cosmici di Analog Paralysis, 1978) completano infine quella che è l'ennesima grande opera del canadese. Più che l’ultima lost tape di William Basinski o l'avant classica fennesziana, è il caso di vedere in lui la mente più vitale dell'ambient music contemporanea.

27 Febbraio 2011
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