Recensioni

Ai tempi di Emmaar individuammo una parziale “contaminazione” americana nel blues tribale dei tuareg Tinariwen, forse conseguenza del loro trasferimento nel deserto californiano del Joshua Tree National Park. Se contaminazione c’è stata, ci pare ampiamente metabolizzata in un album come Elwan, che seppur vicino a certe cadenze blues afroamericane negli episodi solo voce e chitarra (Ittus), riprende anche un’idea poliritmica potente (ad esempio nell’iniziale Tiwàyyen), oltre a una tradizione sonora strettamente tribale/africana (Hayati, il call & response di Arhegh Ad Annàgh, ma anche Ténéré Tàqqàl).
Il merito è forse da ascrivere al percorso che ha generato l’album, partito dal Rancho De La Luna in California e finito nell’oasi marocchina di M’Hamid El Ghizlane: la prima tappa è stata probabilmente fondamentale per coinvolgere nel disco il chitarrista Matt Sweeny, Kurt Vile, Alan Johannes e Mark Lanegan, mentre la seconda ha rappresentato quasi un ritorno a casa che ha portato in dote la collaborazione di pregevoli musicisti locali. La buona notizia è che dello stile musicale di Lanegan, Vile e compagnia non v’è traccia nel disco, segno di un rispetto giustamente mantenuto anche durante le registrazioni da parte di musicisti – pensiamo soprattutto all’ex Screaming Trees, che presta timidamente la voce a Nànnuflày – abituati a lasciare un segno ben diverso sul materiale su cui lavorano.
Elwan (letteralmente, «gli elefanti») è un album in cui l’Africa si respira ad ogni passaggio, a partire dal missaggio – voci e chitarre in primo piano; sullo sfondo percussioni e bordoni che mimano spesso una trance fondata sull’iterazione (Assàwt) – fino ad arrivare a un suono che vivrà pure di minime variazioni tra i vari artisti che lo propongono – tra i più noti, Tamikrest, Mdou Moctar, Bombino e gli ultimi venuti Imarhan – ma possiede un fascino ben lontano dalle laccature asettiche da studio di registrazione a cui siamo abituati (con tanto di “sporcature” alla chitarra messe bene in evidenza). Rispetto ai colleghi, i Tinariwen ci sembrano ancora quelli più orientati a una soluzione corale e sanguigna nelle scelte musicali, seppur disposta ad arricchirsi di influenze diverse. Come dire che i Nostri ricordano bene cosa significhi per loro la terra d’origine, ma non tutti i dettagli di un paesaggio che disco dopo disco si fa sempre più interiore e sempre meno “da cartolina”.
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