Recensioni

Della musica dei Tinariwen ci ha sempre colpito l’elemento mantrico. Quella capacità di ricreare lo stesso boogie che uno come John Lee Hooker (e non solo lui) ha sempre identificato nella ripetizione ad libitum di un groove – nel suo caso legato al blues rurale – che finisce per combaciare con il beat cardiaco/esistenziale di chi lo suona. I Tinariwen fanno blues, su questo non ci piove, riportando a casa – dal Delta del Mississippi al Nord del Mali – la musica afro-americana per eccellenza. Una discografia nutrita alle spalle (siamo al sesto episodio) a dimostrazione di come questi Tuareg ormai sdoganati ad ogni latitudine siano riusciti a dare la loro versione dei fatti, unendo poliritmie sincopate, strumentazione elettrica ed etnica e una biografia – loro malgrado – da avventurieri d’altri tempi.
Nell’ottica della musica della band, il luogo in cui registrare il materiale ha sempre assunto un’importanza sostanziale: è spazio mentale prima che fisico, terreno fertile per una musicalità che proprio da quello spazio trae linfa. Era così ai tempi di dischi come Aman Iman, con il deserto del Sahara a battezzare i brani, è così ancora oggi, dopo il trasferimento del collettivo nella California polverosa e infinita di Joshua Tree per registrare Emmaar. Da un lato, una tradizione musicale che lì ha radici profonde, in bilico tra psichedelia e space rock (e che riverbera nella ripetitività rituale e quasi sciamanica del sound dei Tinariwen), dall’altro la geografia immensa di un area desertica che è transizione (esattamente come il Mali in Africa), nel nostro caso tra Stati Uniti e il vicino Messico. Un confine ambientale e mentale, di genti e di abitudini, ben interpretato dal video on the road del primo singolo Toumast Tincha, e che proprio a partire da quel brano omaggia il blues americano e la tradizione musicale tuareg allo stesso tempo. Le chitarre, da sempre centro nevralgico del sound della band, guadagnano riverberi imponenti a metà strada tra John Lee Hooker e il rock cosmico USA – e chissà che gli ospiti Josh Klinghoffer (Red Hot Chili Peppers), Matt Sweeney (Chavez), Fats Kaplin e Saul Williams non abbiano influito in questo senso -, si lanciano in isolati assoli “occidentali”, ma senza chinare il capo davanti ai nuovi inpunt. Integrandoli invece, in un nomadismo stilistico consumato che tuttavia scava sempre a fondo nella cultura di appartenenza, come dimostrano le ottime Chaghaybou e Arhegh Danagh.
Se si escludono Emajer e Aghregh Medin, Emmaar è in generale un disco più elettrico e monolitico rispetto al precedente Tassili (invece, sostanzialmente acustico) ed è anche, in assoluto, l’album più “americano” della band. Eppure le motivazioni alla base sono ancora vitali (politiche, esistenziali, sociali) e il melting pot del suono è di quelli funzionali e decisamente efficaci; niente a che vedere con un bieco opportunismo legato al mercato.
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