Recensioni

6.6

I Titus Andronicus puntano al sodo, anche per il sophomore. Recuperano la formula che inizialmente aveva dato loro visibilità, cioè la declinazione punkish delle folk-songs tirate all’irlandese. E in The Monitor portano la formula all’eccesso, cioè all’estremo protagonismo. Di certo questa è una scelta fatta per godere del favore che si dà alle cose vere, a quelle senza troppi fronzoli, a quelle che affrontano un discorso autentico e come tale lo restituiscono – basti pensare che i testi imbastiscono un blando concept sulla guerra civile USA. I Titus Andronicus hanno l’indubbia capacità di vendere una autenticità pronto consumo che oggi non ha neanche più bisogno dell’alone wavey per fare successo.

Cavalcate alla Pogues che si animano di corse, sgolate punk, arpeggi che sanno d’arpa verde, toni anthemici, ripartenze nel più classico dei copioni, e diremmo anche una innegabile conoscenza del mezzo espressivo (che in queste vesti non è neanche così difficile da conoscere, ammettiamolo). A Pot In Which To Piss è una ballata rapidamente trasformata nell’ormai distintivo inno punkish. E, in generale, i brani sforano la soglia del minutaggio punk (o folk) per diventare innesti di canzoni su canzoni, di inni su inni, in atteggiamento quasi narrativo (e determinando lunghezze come i 7:10 minuti di A More Perfect Union, il loro nuovo manifesto).

Vale quanto detto per The Airing Of Grievances, il disco d’esordio, ovvero un giudizio non senza riserve. I Titus Andronicus hanno fatto piazza pulita di tutto e si propongono con una coerenza estetica che, più che naif, questa volta sembra furba. L’unica condizione per non essere ridicoli è avere penna e cimentarsi con una determinazione da cavalli, cioè coi paraocchi. Questo sono i Titus Andronicus. E The Monitor è un album lungo, che si manifesta come tale, ma che tiene all’ascolto. A conti fatti, un altro pareggio tendente alla vittoria.

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