Recensioni

Sapevamo che prima o poi Todd Terje avrebbe stampato il primo album della sua carriera. Conveniva? Vediamo. La sua carriera da musicista parte nel 2004 con Eurodans, un singolo debordante che lo porta al successo immediato sia fra gli hipster che fra i puristi del dancefloor. La sua disco nordica sta bene infatti sia nelle feste d’appartamento che nelle balere estive. La stoffa non nasce comunque dal nulla. Prima di quella hit c’erano stati remix importanti per gli Chic, Chris Rea, Brian Ferry (che canta qui una cover strappalacrime dell’evergreen di Robert Palmer Johnny And Mary) e molti altri. Su questi pezzi il norvegese si è fatto le ossa a livello di arrangiamento e da qui ha costruito la base per il suo successo.
La moda del remember dei Settanta è partita qualche anno fa con le visioni degli Air, si è poi consolidata con il sophomore dei Justice e poi ovviamente con RAM dei Daft. Ma non è solo in quegli anni che nuota la proposta di Todd. Il suo sound è imbevuto di cheesyness che ricorda le proposte dei film di serie B, le colonne sonore del commissario Monnezza (Bruno Canfora, Franco Micalizzi) e qualcosa di soft porno all’italiana (Ennio Morricone, Piero Umiliani). Il gusto per il kitsch viene poi alimentato anche dalla storica scuola di tastierine analogiche che Stereolab, Broadcast e tanti altri gruppi hanno saputo costruire con un suono basato sulla memoria di qualcosa di passato e nel contempo virtuale. Fra le altre fonti (ovviamente l’elenco non è esaustivo) non possiamo non ricordare pure il padrino di tutta la scuola nordica (Lindstrøm, Prins Thomas) Bjørn Torske (di cui nel 2012 lo stesso Terje guardacaso ha remixato il singolo Oppkok) e il suono cosmico di Daniele Baldelli.
Di Todd non sai mai con precisione se ci è o ci fa. Non sai mai se sta scazzando troppo o se è serio. Il disco risponde al dilemma: dopo qualche ascolto capisci infatti che l’uomo è al livello di un Moroder dei giorni nostri. Oltre alle hit, Giorgio ha scritto centinaia di pezzi – soprattutto durante i primi anni della carriera – che non hanno mai fatto il botto, cose per film di serie B, colonne sonore mai sentite e tappabuchi per sbarcare il lunario. Questa estetica della manualità compositiva è alla base anche dell’artigianalità dei pezzi di Terje. Il paragone non è azzardato. Todd crea soluzioni ottimali con poco, riusa materiali noti, non punta all’effettistica, bensì al classico, alla pura essenza pop con qualche tocco disco.
Leisure Suit Preben è una bella suite che introduce il discorso, con arpeggiatori d’antan e tanta lounge, Preben Goes to Acapulco è il continuo con variazioni blues jazz 007-meets-Tenente-Colombo, Svensk Sas la risata sudamericana à la Lino Banfi, Strandbar usa una base con synth ciccioni in fotta prog, Delorean Dynamite è la risposta norvegese a Kavinsky, Alfonso Muskedunder è il nuovo eroe del cocktail party a base di coretti stat e robottismi disco, Swing Star e Oh Joy punzecchiano Giorgio e Inspector Norse chiude il quadro con dei riff da paura.
Todd Terje. Impossibile resistere.
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